2. Tra irredentismo e imperialismo economico


Tra i significanti di cui il fascismo si appropria e che eredita dall’età liberale, imperialismo e revisionismo risultano centrali e strettamente connessi. Temi che non a caso ritroviamo nel dibattito sulle origini del fascismo; sia dal punto di vista del retroterra socioculturale del movimento, sia da quello del variegato e confuso patrimonio ideologico. La mistica dell’Unità incompiuta è tra gli elementi che alimentano sia un eterno irredentismo, sia l’industrializzazione forzata del Paese, nell’ottica di miti espansionisti di potenza. Contemporaneamente proprio gli effetti di una tardiva e anomala industrializzazione-modernizzazione concorrono alla nota compenetrazione tra ambienti economici e politici, decisiva nell’alimentare la scelta imperialista; all’ambientazione problematica, da cui scaturiranno le tendenze scioviniste di settori della borghesia italiana e alla svolta autoritaria.
Il fascismo quindi non inventa il revisionismo ma lo caratterizza nella sua fase finale e più tragica, esasperandolo come strumento primario di politica estera. Tratteggiare l’evoluzione (l’involuzione) del mito nazionale dall’originario mito risorgimentale, parallelamente ai rapporti col mondo danubiano-balcanico e alle dinamiche dell’industrializzazione italiana, significa necessariamente dover scorrere le tappe del percorso che da i nodi non sciolti dell’Unità portano al tragico epilogo delle guerre fasciste.


Risorgimento incompiuto

“Fidate nei popoli che, come voi, vogliono la libertà e combattono per ottenerla. Tutte le nazioni sono sorelle, esse non hanno cupidigie, ambizioni liberticide: ciascuna vuole la sua parte di terra e di sole, ciascuna aiuterà le altre ad ottenerla […]”81. Alle radici del rapporto con i Balcani c’è la coincidenza del Risorgimento italiano e di quello dei popoli slavi. Quando nasce, uno spirito solidaristico internazionale accomuna “tutte le élites democratiche e rivoluzionarie d’Europa” nella “guerra partigiana senza confini, estesa a tutta l’Europa, delle forze popolari progressiste contro gli eserciti dei tiranni”82. Prima ancora, un’ideale di progresso e di libertà nazionale ha unito i volontari delle legioni napoleoniche. Al Generale sono chiare le potenzialità disgregatrici83, delle nazioni rinascenti all’interno dei grandi imperi multietnici. “Solo Napoleone, tra le grandi guerre europee, intravide un istante l’importanza di quell’elemento e lesse nella diserzione frequente di quei soldati Slavi dell’Austria provocata, a distanza delle loro terre native, dalle legioni Polacche di Dombrowski, quasi un indizio profetico del futuro. Napoleone mandò agenti suoi ad esaminare il Montenegro e la Serbia e commise al generale Dombrowski un disegno, esistente, credo, anch’oggi nell’archivio militare di Parigi, e contenente dati statistici intorno alle popolazioni Slave e indicazioni sui mezzi atti a sommoverle”84. È l’avvio di quella nuova fase della storia europea, citata nelle parole di Hillgruber.

Si tratta ora di élites di combattenti attive non solo in campo militare ma anche sotto il profilo ideologico e organizzativo. Oltre alle Associazioni ed ai Comitati filoellenici85, operano dopo il ’48 diversi gruppi – promossi dai principali esponenti del Partito D’Azione – tesi a “procurare l’amore fraterno e attivo fra gli slavi e gli italiani per l’indipendenza e la prosperità di ambedue le nazioni”86. Particolarmente interessante in questo senso il programma federalista della “Lega per la liberazione e l’affratellamento dei popoli della penisola slavo-ellenica”87 che propone, con evidente conoscenza del problema etnico: “1) La costituzione dei popoli della penisola slavo-ellenica in federazione o federazioni di liberi Stati con larghe libertà comunali e provinciali, con eguaglianza di diritti e dei doveri, qualunque sia la razza o la religione cui ciascun individuo appartenga, tolta l’egemonia della razza turca e non sostituito ad essa alcun protettorato straniero; 2) La contemporaneità e l’accordo negli sforzi dei popoli per conseguire la loro indipendenza”. Superata evidentemente la fase della collaborazione cospirativa, è necessaria: “3) La cooperazione dell’Italia, come Stato, nel caso di un conflitto di esito dubbio o sfavorevole alla causa dei popoli, per aiutarli a conquistare la completa libertà […]”. L’Italia nelle intenzioni di questi esponenti democratici si sarebbe dovuta proporre come nazione sorella, promotrice di autodeterminazione e democrazia. “Lo spirito Slavo, che insieme all’Italiano scava l’abisso all’Impero d’Austria, si congiunge coll’elemento Ellenico per rovesciare l’Impero Turco in Europa […]. [Per tale motivo] le prime linee della politica italiana, quando una Italia sarà, devono essere Slavo-Elleniche nella loro tendenza. [Dal momento che là] stanno la nostra missione, la nostra iniziativa in Europa, la nostra futura potenza politica ed economica. […] Quando l’Italia risorga, essa risorgerà in nome di un principio, risorgerà sorella di quanti popoli oppressi hanno, come essa, diritto ad esser Nazioni”88. L’obbiettivo, quindi, non è più semplicemente idealistico ma già strategico e nazionale. Questo “volontariato” (Gramsci) democratico non riesce però a concretizzare il suo progetto politico. Un progetto che la “passività delle masse nazionali” e il “distacco tra gruppi dirigenti e interessi nazional-popolari”(Pacor) mantengono elitario: “[Sarebbe stata necessaria] una prospettiva storica nei programmi di partito, prospettiva costruita scientificamente, cioè con serietà scrupolosa, per basare su tutto il passato i fini da raggiungere nell’avvenire e da proporre al popolo come una necessità cui collaborare consapevolmente”89.

I democratici se affiancano l’azione istituzionale, integrandola e motivandola ideologicamente, svolgono un ruolo progressivamente marginale. Si realizza in altri termini una prima mutazione da un’originaria cultura risorgimentale democratica ad una di stampo conservatrice e con essa un’appropriazione-trasfigurazione delle tematiche. “Avviene così che del moto per la libertà e l’unità d’Italia, nato rivoluzionario e repubblicano o quanto meno democratico e federativo, si appropriano e lo dirigono e sviluppano a modo loro i gruppi monarchici conservatori, accentratori, controrivoluzionari”90. Realpolitik dei governi moderati che “fu sempre maggiormente fatta di calcolo politico, di empirismo, e fu sempre maggiormente legata a interessi economici di ceti privilegiati, a velleità espansionistiche e di potenza di quei ceti e della monarchia e degli stati maggiori, cui altre ideologie che non fosse quella del Partito d’Azione dovevano in avvenire prestare una parvenza di giustificazione ideale”91. Privilegiati interessi affatto diversi, l’azione dei governi si riorienta rispetto ai Balcani e alla nascente Questione d’Oriente. Questione generata dalla concorrenza di diversi fattori geostrategici. Dall’accelerazione della decadenza dell’Impero Ottomano e per contro del dinamismo russo; Russia, appunto, che potremmo immaginare come potenza protorevisionista, per l’uso strumentale e moderno dell’ideologia (panslava92), in un’ottica imperialista-disgregatrice. Parimenti destabilizzante negli effetti la duplice spinta austriaca verso sud, in direzione dell’Albania e di Salonicco; col duplice intento di ribadire la supremazia sull’Adriatico e farsi terminale meridionale del Drang nach Osten tedesco. Dalla dottrina di sicurezza imperiale, discende invece l’opposta tendenza britannica al mantenimento dello status quo nei Balcani e nel Mediterraneo orientale. “Solo un forte Stato italiano che avesse potuto sostituire l’Austria nella sua funzione antifrancese nel Mediterraneo centrale avrebbe potuto muovere l’Inghilterra a simpatie verso l’Italia […]. La balcanizzazione dell’Austria dopo la perdita dell’egemonia nella penisola e rimanendo i Borboni a Napoli (secondo il piano neoguelfo) avrebbe avuto conseguenze gravi per la politica inglese nel Mediterraneo. Lo Stato napoletano sarebbe diventato un feudo russo, cioè la Russia avrebbe avuto la possibilità di un’azione militare proprio nel centro del Mediterraneo. […] La Quistione orientale, se aveva il suon nodo strategico nei Balcani e nell’Impero turco, era specialmente la forma politico-diplomatica della lotta tra Russia e Inghilterra: era cioè la questione del Mediterraneo, dell’Asia prossima e centrale, dell’India, dell’Impero inglese”93.

Lo schema cavouriano che prevede un prudente inserimento nel gioco degli interessi imperialistici, è emblematico; la rottura rispetto all’idealismo democratico è evidente. Anche qui siamo già all’interno di una logica latamente revisionista. Cavour era “consapevole del fatto che […] l’esistenza di uno scacchiere politico europeo non cristallizzato era il presupposto ineliminabile di ogni iniziativa italiana”94. Classicamente l’azione militare come supporto all’iniziativa diplomatica, in funzione di apertura di spazi necessari al compimento dell’Unità nazionale. Non ancora una pura azione destabilizzante, in un’ottica antisistema. Per quanto la seconda possa apparire l’estensione fino all’aberrazione della prima. In questa direzione la partecipazione alla Guerra di Crimea e al successivo Congresso di Parigi del 1856: con la volontà di “presentare la questione italiana come parallela e congiunta a quella orientale”95. Ancor più le progettate spedizioni96 garibaldine in Istria e Dalmazia del ‘59; nel ‘66 Ricasoli e l’Ammiraglio Persano97 riprendendo il piano vagheggiano l’annessione dell’Istria, la distruzione della flotta austriaca e il predominio italiano sull’Adriatico.

Vanno tramontando ormai, con la progressione dell’Unità98, gli ideali di fratellanza e si fanno largo miti espansionisti di grandezza nazionale. “C’è senza dubbio in superficie un senso romantico di solidarietà fra i popoli oppressi, variamente del resto inteso dagli uomini politici del Risorgimento, ma in profondità – e direi quasi istintivamente – opera quell’insopprimibile legge che aveva spinto Roma, Venezia, Napoleone e gli Asburgo a riunire più o meno perfettamente, più o meno durevolmente in un solo sistema politico le due opposte rive dell’Adriatico”99. Un fenomeno quello revisionista ancora di là da venire; anche se il tema della liberazione, si pone in termini sempre più marcatamente nazionali. E siamo al secondo passaggio ideologico, ad una prima cultura irredentista. Secondo una progressione che ritroveremo ancora, l’istituzionalizzazione delle tematiche-movimenti risorgimentali tende a connotarli come conservatori; in prospettiva spinge verso l’estremizzazione dell’elemento nazionale in senso sciovinista. Questo per passaggi successivi, dettati dalla collisione tra questione nazionale e sociale: La scarsa identificazione nel mito nazionale delle classi lavoratrici e il problema aperto della loro integrazione; La scelta progressiva da parte delle classi dirigenti di un modello di sviluppo e di politica estera, nel segno dell’imperialismo (economico); La scelta di un modello autoritario di governo.

Quello che risulterà parzialmente fallito è il tentativo delle classi dirigenti liberali di formare una “tradizione nazionale”, globalmente identificante; attraverso un’: “assimilazione […] delle diverse versioni risorgimentali del mito nazionale, da quella mazziniana a quella garibaldina – trasformate in parti integranti del mito nazionale dello Stato liberale – dopo averle opportunamente depurate di tutti gli elementi ideologicamente incompatibili con la propria concezione politica”100. Tale identificazione sarebbe dovuta avvenire attraverso e nelle istituzioni: qui sta il nodo della rappresentanza popolare e dell’integrazione. Per contro, potremmo leggere l’ondata imperialista e nazional-idealista come un’ondata controrivoluzionaria, tesa a frenare proprio quest’integrazione che in epoca giolittiana sembrerà ormai concretizzarsi.


Essere forti per diventare grandi

La disfatta del primo colonialismo italiano va ad inserirsi nella diffusa percezione di crisi nazionale che attraversa il mondo intellettuale; crisi del progetto risorgimentale – ritenuto colpevolmente incompiuto – e, di conseguenza, istituzionale; crisi morale. Allo stesso tempo e per contro vanno maturando tendenze imperialiste. Ad un espansionismo generico – teso a segnalare la presenza e lo status internazionale – si sostituiscono attese composite di rigenerazione nazionale, politica ed economica. In una congiuntura intellettuale già crepuscolare101, la cultura positivista incide solo marginalmente nella formazione della borghesia italiana che rimane, specie tra la media e la piccola, di stampo retorico-classicista. Da questo divorzio tra filosofia e scienza discenderebbe una tensione verso forme politiche totalitarie (autoritarie) con presunte ascendenze spirituali102. Cantore di un disagio borghese è Alfredo Oriani: “Oggi l’umanità è daccapo in viaggio lungi dai ripari […] ma le sue file sono confuse, i suoi ordini sconnessi: s’avanza e non sa dove, guarda in alto e il cielo è vuoto, non ha più fede ed invoca un’altra rivelazione: è libera e non sa comandare se stessa, più ricca che in ogni altro tempo e il senso della miseria le si acuisce ogni giorno più nell’anima. Una rivoluzione ideale si prepara nella crisi stessa della libertà”103.

Nel pieno di una crisi ideale, le utopie neoumaniste e democratiche sono deposte assieme alle speranze del primo Risorgimento104. La visione spaesante di una realtà caotica generata dall’ “agglomerato indistinto e sempre più numeroso delle folle”105 – dal “tipo mercantile di società” guidata da fini esclusivamente egoistici-economici – fa appello alla “forza” e alla “conquista” come unici significanti: “Le grandi fratellanze, sognate da’ filosofi […] tramontano tra gli ideali del secolo; che già si rende ferreo per le gare economiche, pe’ sospetti sempre più fieri, per lo studio delle armi […]. La posta della gara, il dominio conteso alle nazioni più lente […] son le chiavi del commercio e della civiltà del mondo”106. Nella darvinistica lotta per la vita la nazione deve fare una politica forte, poiché “non è possibile oggi concepire pacifica e progressiva insieme una gran nazione”107. “Essere forti per diventare grandi, ecco il dovere: espandersi, conquistare spiritualmente, materialmente, coll’emigrazione, coi trattati, coi commerci, coll’industria, colla scienza, coll’arte, colla religione, colla guerra. Ritirarsi dalla gara è impossibile: bisogna dunque trionfarvi”108. Lotta vitale e quindi necessaria. Ma l’espansione non è solo l’occasione per risolvere “il più arduo problema sociale, […] quello di dar nuove terre proprie alla plebe italiana”, ma per una: “ricostruzione amministrativa organica della nazione risorta [che] l’aiuterebbe via via ad infuturarsi in giovani propaggini, in colonie vitali. [Giacché] i popoli inetti al trapiantarsi […] son destinati a decadere nella lotta vitale. […] Determinando nei primi nodi sociali una fisionomia nazionale e mandando poi fuori […] getti organici e vitali, la stirpe italica potrebbe prevenire il pericolo urgente”109.

Al di là di una funzione sociale del colonialismo110, l’espansione rappresenta sia un mezzo che un fine del processo di nazionalizzazione. All’espansionismo si affidano necessità eterogenee che poi confluiranno nell’alveo della nascente retorica nazionalista. Tra gli elementi di crisi con più dirette conseguenze ideologiche, c’è lo sconvolgimento della tradizionale percezione della realtà internazionale, mediterraneo-centrica111: la scoperta della propria perifericità. La reazione è di negazione e di riaffermazione del mito nazionale, attraverso quello imperialista: “L’imperialismo italiano è scaturito, insomma, dalla reazione consapevole contro la valutazione, giudicata inadeguata alla grandezza intrinseca della nazione, di cui venne, negli anni addietro, fatto segno all’estero”112. L’imperialismo diventa per senso comune, genericamente: espansione, politica di potenza, attivismo internazionale della nazione. Si segnala almeno fino alla guerra di Libia, una confusione e sovrapposizione terminologica113. Sovrapposizione che a livello ideologico rimane strutturale. Se l’imperialismo può considerarsi coronamento del nazionalismo e del processo di unità nazionale, il mito della nazione e il mito dell’impero tendono a coincidere. L’imperialismo si presenta come prolungamento dell’epica risorgimentale.

Nell’ottica di un’unità progressiva della storia italiana, questa rinascita non può che essere nel segno di un primato civile e spirituale. Come a ribadire le ragioni di una centralità: “L’Italia non può essere imperialista: l’anima dell’impero morì sotto le rovine di Roma pagana […]. Nulla fu quindi imperiale italianamente […]. La funzione italiana per secoli fu nella storia, come quella di Grecia, una maternità ideale sull’Europa in un continuo tragico parto di idee. […] La fiera, nobile testa di Roma sovrasta ancora al mondo: a Roma guardano o gridano dall’invisibile confine le anime che temono e sperano: il mondo ha ancora nell’urbe l’unità spirituale”114. Centralità che per essere ideale può divenire metastorica e metapolitica, e quindi assumere un rapporto flessibile con la realtà; come sarà evidente nelle derive ideologiche degli anni a venire: “Tutti gli sforzi millenari d’Italia per costruirsi in nazione, il sangue dei suoi eroismi e le tragedie del suo genio non miravano che a questo giorno nel quale rientrando, attrice immortale, nella storia dopo essersi circoscritta nei confini del proprio diritto, veleggerebbe un’altra volta sui mari portatrice di nuova civiltà. [...] L’Italia, stata due volte il centro del mondo e risorta oggi nazione, non può sottrarsi a quest’opera d’incivilimento universale [...] terza resurrezione italica”115.

Il punto di arrivo del processo di costruzione ideologica, il punto di congiunzione dei diversi apporti ideologici è il mito della Terza Italia. A un tempo sintetizza l’eredità storico-mitica che la legittima nella sua missione civilizzatrice e l’eredità risorgimentale che ne segna la rinascita e la riattualizzazione. Giacché è un mito che nasce democratico per divenire imperiale: “È la nostra terza missione nel mondo. La Roma dei Cesari involò alla Repubblica il concetto di Unità politica, […] la Roma dei Papi tentò il concetto dell’Unità morale […]; ma l’una e l’altra non riconobbero – né lo potevano allora – il moto collettivo provvidenziale delle Nazioni […]. La Roma del Popolo, della Nazione Italiana, credente nel Progresso, nella vita collettiva dell’Umanità e nella divisione del lavoro tra le Nazioni, deve affratellarle all’impresa: guidatrice e soccorritrice”116.

All’inizio del ‘900 ha dunque preso corpo una piattaforma ideologica piuttosto coerente. Nel milieu nazionalista non a caso si delineano allora due indirizzi più marcatamente politici, per i contenuti, per il linguaggio e l’atteggiamento propagandistico che i protagonisti assumono. Il tratto ideologico comune è la rinascita nazionale ma se convengono su questa esigenza, tornano a dividersi su modalità e contenuti. Corradini su “Il Regno”(1903) reclama con urgenza l’avvio di una politica espansionistica, in una logica per cui i problemi interni sembrano ridursi a riflesso delle grandi questioni internazionali. Così come appare in Turiello. L’attenzione pedagogica al carattere nazionale la troviamo in Papini e Prezzolini: che sul “Leonardo”(1903) e poi su “La Voce”(1908) sostengono, viceversa, la priorità di una rigenerazione interna e avversano lo chauvinismo degli imperialisti. Del resto Prezzolini marca la propria distanza dal nazionalismo che per lui rappresenta “un rialzamento dei valori spirituali e materiali dell’Italia”. Mentre Papini parla sì di imperialismo ma “intellettuale”, di “un nuovo rinascimento ideale dell’Italia”117.

Una contrapposizione teorizzata in termini più ampi da Emilio Gentile come, tra nazionalismo imperialista e nazionalismo umanistico118. Quest’ultimo depositario del retaggio idealistico risorgimentale, il primo in opposizione – sempre più in aperta rottura – romantico-irrazionale. Si riproporrebbe cioè la dialettica tra una tendenza liberale-idealistica ed una reazionaria, istituzionalizzata. Il carattere di movimenti di contestazione non esclude ma implica una tendenza all’istituzionalizzazione dei movimenti e delle tematiche; specie nella variante imperialista se pensiamo alle connessioni tra nazionalisti119, frazioni di classe dirigente e ambienti economico-finanziari. Dichiara infatti Corradini in quello che rappresenta un manifesto antipolitico: “Per noi il cuore della vita nazionale non è nel vecchio palazzo pontificio ove i nostri cinquecento e otto rappresentanti spendono molto tempo per mettere insieme mediocri leggi […] Quella è la parte malata e indebolita del paese, la borghesia che non sa che parlare e spendere, coll’acquiescenza dell’altra borghesia che fa e guadagna. La vita d’Italia è in quei coraggiosi industriali […] che aumentano la nostra produzione, battono sui mercati l’Inghilterra, conquistano l’Asia Minore e l’America del Sud. La vita d’Italia è in quei contadini delle Puglie, in quei braccianti romagnoli e veneti che s’imbarcano a Genova, a Napoli, a Marsiglia e si spandono pel mondo traforando gallerie, formando colonie, dissodando terre, scavando miniere, creando industrie […]”120. Antipolitica che si esplica nella retorica delle “due Italie”121: “dalla versione etico-politica dei mazziniani, connessa al mito del Risorgimento come rivoluzione incompiuta, alla versione sociologica ed economica del dualismo Nord e Sud, alla versione politica e istituzionale della contrapposizione fra “paese legale” e “paese reale”122.

Si è detto della critica all’industrialismo e dei toni spiritualisti, così come della retorica classicista e reazionaria. Ciò nonostante ci troviamo in un ambito culturale modernista. Entrambe le tendenze esprimono un disagio e un’esigenza di modernizzazione, un tentativo di conciliare nazione e modernità; secondo però due modelli divergenti. La rottura col mito nazionale risorgimentale (liberaldemocratico) è la rottura con un modello di nazione, fondata ora non più su un principio etico ma naturalistico-positivistico. Da ciò la contrapposizione tra due modelli di modernizzazione-progresso: in quanto potenza ovvero in quanto libertà, progresso civile ed economico.

Si verifica uno slittamento politico di ceti bourgeois rispetto alla politica istituzionalizzata e all’identificazione col potere statale. L’allargamento del suffragio, in particolare, viene vissuto come deficit di rappresentanza e genera un diffuso antiparlamentarismo. Si verifica “l’irrompere in campo extraparlamentare di un ricorso a forme organizzate di carattere istituzionale anche per quelle classi sociali che non avevano, o avevano creduto di non avere, problemi di organizzazione alternativa rispetto al potere dello Stato. […] Imperialismo, nazionalismo [significano]: la mobilitazione di cittadini a sostegno della politica dello Stato, di quella che va realmente facendo o di quella che non si fa, ma si dovrebbe fare. Da un punto di vista costituzionale questo fenomeno è una autentica rivoluzione: allo Stato si doveva obbedienza e fedeltà, ma in senso indotto e per così dire passivo[…]”123. La costituzione di movimenti allo stesso tempo extraistituzionali e proistituzionali crea, specie in quelli di ispirazione più reazionaria, quello sdoppiamento124 che sarà un tratto caratteristico della destra italiana anche nei successivi sviluppi. È espressione di quelle finalità più propriamente politiche, di cui si diceva: Di ascesa sociale e politica; Di sostituzione delle élite125; Di riforma in senso idealistico o autoritario che sia. Tendenza all’istituzionalizzazione. Non a caso tali movimenti si connotano come di protesta politica e sociale, poiché il deficit viene percepito in termini di erosione sociale; poiché il movimentismo rappresenta un’opportunità di mobilità sociale per ceti intellettuali piccoloborghesi. “Le radici di questo stato di cose certo affondavano nella frustrazione delle classi medie che costituivano il nerbo delle burocrazie e della struttura dei servizi (soprattutto commerciali) di fronte ad una trasformazione politica che allargava il peso della rappresentanza parlamentare e in una trasformazione economica che concentrava e razionalizzava la distribuzione dei servizi. Ma si aggiungeva proprio la presenza di questa nuova componente di agitatori che erano una classe politica nuova, i literati come li chiamavano in Germania, piccolo-borghesi ammessi al privilegio della formazione scolastica superiore (e dunque di quella che era una cultura di Stato) senza che questo potesse automaticamente tradursi nella loro promozione alla classe politica. Per fare questo salto essi non avevano altra via che l’agitazione, cioè quella stessa via che aveva consentito alla classe operaia di far accedere i suoi capi al mercato politico”126.

Questo slittamento corrisponde per l’Italia alla crisi del mito nazionale risorgimentale che inizia in epoca Crispina: con lo shock colonialista e la crisi dell’irredentismo, sotto i governi triplicisti. Apogeo e caduta del mito che si compirà più tardi: “Il decennio fra il 1912 e il 1922 ha uno speciale significato nella storia del mito nazionale. Da una parte, infatti, assistiamo, con la guerra di Libia e l’intervento nella Grande Guerra, all’apogeo del mito nazionale della tradizione risorgimentale, così come era stato rielaborato dall’Italia liberale nel tentativo di costruire una patria comune per tutti gli italiani attraverso una sintesi originale fra nazione, libertà e modernità. Dall’altra, vediamo sorgere e affermarsi nuove concezioni della nazione, che ripudiavano l’essenza umanistica della tradizione risorgimentale, contribuendo alla radicalizzazione della lotta politica, preparando il terreno per la nascita e l’avvento del fascismo al potere”127. Spinge ad uno spostamento dell’asse della politica estera da un orientamento mediterraneo-africano (1878-1904) – conseguenza anche della politica triplicista – ad un orientamento balcanico (1904-1915)128. Da un colonialismo-espansionismo generico, ancora intriso di una vaga cultura liberale, ad un imperialismo più propriamente detto, reazionario e autarchico. Il progetto politico nazional-imperialista si esplicita sempre più come antisociale, mirando a bloccare e reindirizzare lo sviluppo sociale.

Il mito grandeitaliano riformulato in ottica espansionista dopo la “scoperta dell’imperialismo”129, sottende ora un “progetto di rifondazione dello Stato nazionale su basi autoritarie per disciplinare tutte le forze produttive, allo scopo di accelerare la rivoluzione industriale e predisporre la nazione ad affrontare la gara imperialistica sul campo dell’economia e sul campo di battaglia”130. Rivoluzione nazionale, democratica o sociale, il “grande evento palingenetico” verrà trovato nella deflagrazione del primo conflitto mondiale.


Imprenditori di un’idea131

Si è sottolineato fin qui, il valore identitario del mito rispetto al processo di unità nazionale. Se lo s’intende espressione di aspirazioni collettive si può pensare allora che l’Unità generi miti come riflesso di attese che essa stessa crea; individuando quattro ambiti problematici:

* Una questione nazionale che investe la definizione del territorio, di un’identità e di un interesse nazionale. Rispetto ad un processo che ha un andamento reattivo-cumulativo132, di fronte alla molteplicità e contraddittorietà delle influenze, appare inevitabile l’innescarsi del fenomeno irredentista;

* Una questione sociale che esprime con l’ascesa delle organizzazioni di massa, anche una domanda di rappresentanza-partecipazione;

* Una questione istituzionale che – oltre l’architettura istituzionale e l’allargamento del consenso-partecipazione – riguarda, in definitiva, la costituzione di una classe dirigente nazionale e il ricambio nelle élite;

* Una questione economica ovvero a quale modello far riferimento nella modernizzazione e industrializzazione del Paese.

È intorno a questi temi che si va formando e che si articola l’azione della nascente classe dirigente italiana. Qual è il rapporto con le sue dinamiche di formazione e la sua composizione ? Supponendo l’assenza di un establishment nazionale133, il peso dei gruppi d’interesse locali ne risulta notevolmente amplificato. Nell’accezione gramsciana quest’assenza sarebbe dovuta ad una “tendenza storica” corporativa della borghesia italiana134, incapace di elevarsi a borghesia nazionale – a gruppo-classe realmente egemonica – e di promuovere come altrove quel fondamentale processo della nazionalizzazione delle masse. Processo che avviene invece seguendo uno schema clientelare-corporativo135. Si può facilmente ipotizzare di conseguenza, un processo di formazione della classe dirigente italiana per successive addizioni di gruppi di potere; di vecchie e nuove élite politico-economiche cittadine-regionali o di settore (di ceti interpreti di “capitalismi regionali”, ceti che erano stati destinatari di quell’ “accumulazione agraria indotta dall’esterno”136). In quest’ottica potrebbero rileggersi i progetti ed i contrasti attorno ai modelli politici e di sviluppo che si propongono per il Paese. Rispetto alla vicenda irredentista-revisionista va ricordata quale influenza abbia avuto in politica estera l’azione delle élite. “Il ruolo degli agenti economici e sociali, dei gruppi d’interesse di varia natura, dagli agrari del Sud o della Valle del Po, agli industriali del triangolo Torino-Genova-Milano, alle burocrazie ministeriali e agli intellettuali professionali di diversa origine culturale e regionale, insomma le élite della società civile nel suo complesso, sono stati probabilmente i fattori di determinazione più rilevanti nella formazione delle idee di politica estera con funzioni di surrogazione rispetto all’assenza storica di un vero consensus del sistema politico”137. Un approccio non meno valido per una valutazione generale della definizione degli indirizzi e dell’implementazione delle politiche.

Negli anni del tramonto della destra storica declina anche il vecchio modello liberista cavouriano138; gradualismo in politica economica a cui si associava un gradualismo in politica estera. Per la nuova classe dirigente, al contrario, è essenziale che all’Italia venga riconosciuto il rango139 di potenza; da cui dipenderebbe la sopravvivenza della monarchia parlamentare. Ciò comporterà una revisione del modello economico, giacché “condizioni indispensabili per il riconoscimento di una certa autorità nell’agone internazionale erano appunto l’autosufficienza del paese in fatto di armamenti e il conseguimento di posizioni di rilevanza economica sul mercato internazionale tali da giustificare la spinta espansionistica. [In definitiva] la preoccupazione originaria per il prestigio militare e la capacità d’urto dell’esercito indussero i governanti italiani a forzare i tempi e la direzione dello sviluppo industriale del paese”140.

Allo stesso tempo, la nuova funzione statale di accelerazione dello sviluppo rappresenta il tentativo di rispondere alla situazione di stagnazione prolungata141, di fronte alla quale inevitabilmente va montando un movimento protezionista; una corrente “prussiana”142. Il capitalismo italiano, ricorda Bonelli143, si caratterizza originariamente come “capitalismo di Stato” – prima ancora che questi assuma un ruolo effettivo, in “forme specifiche” – poiché è allo Stato che si deve l’attivazione del processo d’industrializzazione; ciò attraverso una “redistribuzione di ricchezza”, una “canalizzazione delle risorse dal settore di origine, […] agricolo, ai restanti settori dell’economia”. Si tratta di un passaggio di modello, in quanto opera una “rottura dell’equilibrio interno […] agrario-mercantile” e l’ “abbandono dei rapporti liberisti con l’Europa industriale”. Con l’Unità e la modernizzazione si produce quindi, l’alterazione del “modello tradizionale di impiego delle risorse”, della posizione del Paese nel mercato internazionale e dei rapporti internazionali. Il sistema economico esprime “nuovi fabbisogni d’importazione”144; in fieri, nuovi rapporti di dipendenza dall’estero. In particolare, è l’insufficienza delle risorse (finanziarie) a indurre una dipendenza dal capitale estero. “Se è la spesa statale che dà il la al boom degli affari, è pur sempre il capitale estero ad assumere un ruolo determinante nelle diverse fasi del ciclo, affluendo nella fase iniziale, ascendente, per poi riconfermare tutta la sua potenzialità di fattore destabilizzante (dopo il 1886) ed evidenziando, in tal modo, la carica politica che l’accompagna (ciò che si esprimerà nel mutamento dell’alleato esterno e con l’afflusso del capitale tedesco a sostegno del credito di Stato)”145.

Al termine del primo boom industriale (1881-87) l’Italia già presenterebbe le caratteristiche di un capitalismo imperialista, secondo le categorie dell’analisi hobsoniana (“leniniana”)146: concentrazione monopolistica, compenetrazione tra banca e impresa, tra potere politico e potere economico, protezionismo. “Anziché attraverso un processo di livellamento e di rigenerazione dal basso, la via allo sviluppo capitalistico passava in Italia attraverso un approfondimento dei già gravi squilibri sociali e regionali esistenti nel paese”147; attraverso l’alleanza padronale tra industriali e agrari, sanzionata dalla tariffa doganale del 1887. Scelte che non sarebbero “espressione di una visione organica e cosciente [ma] il risultato di opzioni favorevoli a talune richieste”148 e in questo senso non esprimerebbero un modello compiuto o quantomeno coerente. Negli anni ’80 però si delinea una “matrice” di quello che sarà il modello di sviluppo del capitalismo italiano (è allora che l’azione statale s’intensifica, diviene più incisiva e articolata), centrato su settori di base e beni strumentali ovvero siderurgia e produzioni belliche.

Nei decenni successivi due schemi politici si confronteranno e interpreteranno queste tendenze, in chiave nazional-imperialista: giolittismo e una forma di neoconservatorismo. È interessante osservare come in una situazione di frammentazione interna, solo il metodo trasformista realizzasse un’unificazione (artificiale) del sistema politico – impedendo la nascita di partiti a base regionale – e del sistema economico, grazie alla legislazione protezionista che creava un blocco di interessi economici nazionali149.

Il programma della sinistra parlamentare ha fissato il duplice obiettivo del riconoscimento di uno status internazionale e del completamento dell’unità nazionale. A questo scopo è indispensabile l’inserimento in un sistema stabile di alleanze e l’acquisizione di territori coloniali; unificare le economie regionali e allargare la base del consenso. Il progetto giolittiano di una “democrazia moderatamente riformista”, ora ne costituisce un’articolazione: dalla nuova Italia (industriale) sarebbe nato un nuovo ordinamento. Lo schema è noto. “La nuova Italia industriale, sia a livello di direzione imprenditoriale che nell’organizzazione del lavoro, avrebbe dovuto costruire il nucleo propulsivo di un nuovo ordinamento politico”150 in cui il moderatismo cattolico fungesse da contrappeso alla nuova sinistra. Data la complementarietà dei due termini in un clima di crescente protezionismo, la costituzione di un’area coloniale sarebbe stata condizione indispensabile per il mantenimento della struttura economica.

Fallito il progetto dirigista-democratico giolittiano – di creare un grosso blocco di consenso trasformistico – si apre una (la) lunga fase di crisi del sistema liberale. “Il rallentamento dello sviluppo economico, l’intensificazione dei conflitti sociali, la radicalizzazione della lotta politica, l’emergere di nuove forze politiche e culturali antidemocratiche e antiliberali misero in crisi il precario equilibrio, che aveva caratterizzato il processo di democratizzazione, avviato da Giolitti, e aprirono una lunga crisi dello Stato liberale. Dopo il 1912, maturò fra la borghesia laica liberale, a opera soprattutto di Sidney Sonnino e di Antonio Salandra (che nel 1914 sostituì Giolitti alla guida del governo), un progetto di rinnovamento del liberalismo della destra, in alternativa al liberalismo democratico giolittiano, con l’intento di salvaguardare l’eredità della tradizione risorgimentale adeguandola alle esigenze della politica di massa per rafforzare lo Stato nazionale e l’egemonia della borghesia liberale di fronte a socialisti e cattolici. Questo progetto di una nuova politica nazionale, secondo le parole di Salandra, culminerà con la partecipazione dell’Italia alla guerra europea, decisa in nome del principio di nazionalità e del sacro egoismo della nazione”151.

I margini per una politica riformista appaiono ridottissimi; è invece perfettamente funzionale una “dottrina di solidarietà nazionale e sociale, aggressiva e protofascista”. Sono le caratteristiche stesse del complesso statal-industriale italiano a costituire “un incentivo permanente per un’azione espansiva all’estero e per una politica rigidamente repressiva e reazionaria all’interno”152. Un sistema in tutta evidenza fortemente squilibrato e sproporzionato153, in cui l’attività di lobbying (bellicista) dei grandi gruppi industriali centralizzati non può che essere estremamente condizionante. La grave crisi degli anni ottanta-novanta rende ancora più centrale il tema del finanziamento delle importazioni e del finanziamento industriale. Tra le premesse della “rivoluzione industriale” (Castronovo) di età giolittiana, risulta infatti determinante la scelta di un modello basato su un equilibrio di non-sviluppo (dei consumi); sull’esclusione dell’“alleato esterno” attraverso meccanismi di riequilibrio154. Quanto al secondo aspetto la recessione del 1907 e il grande salvataggio del settore siderurgico, rappresentano un passaggio decisivo nel senso di un protagonismo economico statale. Dopo il 1907 si estendono le competenze bancarie dello Stato e il sostegno al sistema industriale; le restrizioni sul credito e le forti emissioni di titoli pubblici, riducono la capacità di capitalizzazione e di finanziamento industriale. Ne risulta una spinta alla concentrazione e alla centralizzazione; un’accresciuta dipendenza dalla spesa pubblica155. La politica di deficit spending farà ovviamente aumentare vertiginosamente il debito pubblico, limitando la capacità di spesa (d’intervento) dello Stato in altri settori e in altre politiche. Tutta centrata sull’industria pesante-bellica, sottrarrà risorse ad investimenti produttivi. Alla vigilia del primo conflitto mondiale, nel pieno di una “crisi di crescita”156, il sistema ha scarse possibilità di reazione. In tali condizioni, le classi dirigenti tentano l’opzione imperialista. La retorica dello spazio vitale è funzionale a una visione-disegno che vedrebbe l’Italia: Liberarsi da una stato di pressoché “dipendenza coloniale” dalle potenze industriali157; Dalla concorrenza straniera interna; Farsi spazio nei mercati internazionali.

Una logica – ancora una volta reattiva – che non solo presiede alla guerra libica ma aleggia anche a Londra e a Saint-Jean de Maurienne; di qui l’intransigenza formalista della delegazione italiana alla Conferenza di Parigi. Si aggiunga che la neutralità nel conflitto avrebbe significato l’emarginazione dai mercati e la crisi del modello industriale che faticosamente si era cercato di impiantare. La guerra ne garantirà lo sviluppo. “Solo la precarietà e l’instabilità del sistema economico possono comunque spiegare i due tratti essenziali che assunse l’imperialismo italiano. […] La necessità per la penisola di esportare prodotti industriali, sistemi e capacità tecniche ed imprenditoriali. […] Giacché l’Italia esportava sia manodopera che prodotti industriali, sembrava che l’unica politica imperialistica confacente ai problemi del paese dovesse puntare, per imboccare una via d’uscita, sulla conquista di una colonia in grado di assorbire entrambe le eccedenze”158. Un “duplice obbiettivo” caratterizzante, rispetto al quale l’imperialismo italiano assume un profilo unitario. L’imperialismo fascista – sia nella sua versione più propriamente coloniale che in quella revisionista – ne rappresenterebbe l’ultima ed estrema fase, se non l’effettivo compimento.

L’imperialismo come dato di continuità ma anche di paternità ideologica. Per Webster “i precursori del fascismo” vanno per l’appunto ricercati tra quei membri dell’establishment dell’Italia liberale che – a livello politico, economico o tecnocratico – elaborarono progetti politici e modelli di sviluppo improntati, in forme diverse, all’ imperialismo autarchico159. Personaggi che contribuirono a creare e parteciparono a un clima culturale, a volte coerentemente a volte indipendentemente dai propositi e dagli esiti ideologici. Figure carismatiche del mondo economico come l’industriale veneto Alessandro Rossi, come il Conte Volpi di Misurata o il grande general manager della Commerciale Otto Joel. Tecnocrati pianificatori dell’industria pesante come il Ministro della Marina Benedetto Brin, Oscar Sinigaglia riorganizzatore e grand commis dell’industria dell’acciaio tra gli anni ’30 e i ’50 o Riccardo Bianchi, direttore generale delle nuove Ferrovie dello Stato. Intellettuali engagés (nazionalisti) come Alfredo Rocco, Enrico Barone o il liberale Alberto Caroncini. Figure interne ai processi che si stanno descrivendo e centrali, a cui è interessante accennare per il contributo teorico oltre che fattivo.

Alessandro Rossi (1819-1898)160, ad esempio, non è solo il motore della campagna di opinione protezionista – che porterà all’istituzione delle tariffe del ’78 e del’87 – ma di un articolato progetto politico, per costituzione di un blocco conservatore161 di consenso a un vasto piano di sviluppo industriale. Elementi del quale in un ottica sistemica sarebbero stati: pace sociale interna e protezionismo. Una visione gerarchica e cattolico-paternalistica dei rapporti sociali e di lavoro infatti, ispira una rassicurante concezione aconflittuale162 dello sviluppo. Il conflitto è visto piuttosto come esterno al Paese. Convinto che la concorrenza internazionale fosse il principale ostacolo allo sviluppo industriale dell’Italia, il senatore propone un protezionismo integrale, agricolo e industriale. La colonizzazione (agricola) dei territori d’oltremare avrebbe riassorbito la disoccupazione e le tensioni che ne sarebbero derivate, ristabilendo l’equilibrio interno. Il dato di novità principale è però l’attività stessa di Rossi che per la prima volta realizza una rappresentanza diretta – non mediata da componenti propriamente politiche – degli interessi industriali163. Difficoltà di rappresentanza, percepita da parte della classe imprenditoriale che costituisce un elemento latu senso antipolitico. Il riferimento è non tanto ad attività di lobbying in un ottica di public choice164, vale a dire di influenza (esterna) sui processi decisionali, quanto interna di rappresentanza diretta di un gruppo d’interesse.

Anche la figura di Giuseppe Volpi (1877-1947)165 è emblematica di questo nuovo modello padronale; di una commistione tra ruoli istituzionali e imprenditoriali, tra interessi pubblici e privati, che domina gran parte della storia industriale italiana166. Riguardo alla funzione dei territori coloniali di complementarietà economica, le risorse dei possedimenti e le caratteristiche dell’economia italiana mal si adattavano agli scopi del primo colonialismo167. All’inizio del novecento il colonialismo delle materie prime e delle infrastrutture168 corrisponde invece alla formazione di un blocco di interessi – costituito dall’industria pesante e dai principali gruppi bancari – attorno alla politica imperialista; sostenitore delle iniziative espansionistiche ma anche strumento governativo.
Modelli169 della fase imperialista che facilmente prevedono forme di controllo indiretto, essendo il controllo centrato sulle risorse e sui flussi di risorse. Il gruppo dei veneziani – in connessione con la Commerciale – appare come il principale tramite per una penetrazione nei Balcani, in ragione di un accesso privilegiato in Montenegro, possibile testa di ponte italiana. Non è un caso che la poco remunerativa Compagnia di Antivari (1905) vivesse di sussidi statali e crediti bancari (d’interesse nazionale). Si vanno concretizzando infatti, quei progetti ferroviari internazionali – ben più ambiziosi della Antivari-Nikš? – di una rete transbalcanica e adriatico-danubiana che avrebbero permesso nelle intenzioni italiane, di dirottare i flussi in transito da oriente su Bari e Venezia; in contrasto con gli interessi austriaci che puntano al collegamento Vienna-Budapest-Salonicco170 e agli hub di Fiume e Trieste. Dopo il 1908, con l’annessione della Bosnia e l’esplicitazione del piano austriaco, anche l’Italia ha formalizzato il progetto transbalcanico171 come obiettivo di politica estera. La strategia austro-tedesca imperniata su Balcani e Golfo Persico172 si sta materializzando nella Bagdadbahn173. Così la ferrovia balcanica esprime una visione pangermanica-coloniale dell’Europa centro-orientale (in una logica d’integrazione doveva convogliare i traffici orientali verso l’area tedesca); mentre la Berlino-Baghdad avrebbe garantito l’approvvigionamento energetico174 e posto le basi di una futura destabilizzazione dell’Impero Britannico175. I contenuti geopolitici dei grandi progetti infrastrutturali chiariscono i termini dell’espansione a Oriente176 e dello scontro imperialistico. Le ambizioni italiane tradiscono invece un’oggettiva debolezza della struttura economica, malgrado i tentativi di integrazione e di mobilitazione.

In supporto alla politica mediterranea italiana si è schierata, ad esempio, la Banca Commerciale. Dopo il crash del 1907 – per uno dei principali attori, non solo finanziari, del processo d’industrializzazione – è inevitabile un ulteriore progressivo avvicinamento alle politiche governative; all’interno comunque di un duplice indirizzo, cosmopolita e nazionalista-autarchico. La politica estera dell’istituto presupponeva l’urgenza di accrescere le esportazioni, pena lo sviluppo e la sopravvivenza del sistema industriale. Per Joel (1856-1916) è indispensabile ottenere “l’unità delle grandi forze industriali del Paese per poter procedere alla conquista dei mercati esteri, senza gravare ulteriormente sull’amministrazione pubblica”177. Auspicio che si traduce in un rafforzamento dei legami con il trust dell’acciaio e in un aumento della centralità-responsabilità dell’istituto; in un clima di crescente nazionalismo, nel finanziamento incontrollato di commesse per l’industria pesante-militare nei Balcani e in Turchia. Con l’Unità le necessità di potenziamento bellico178 – in una situazione di assoluta dipendenza dai prodotti industriali stranieri – indicano l’urgenza di un’autonomia nelle forniture. Il moto per la costituzione di un industria (pesante) nazionale, nasce proprio da queste condizioni ambientali. Tecnocrati e ideologi dell’industrializzazione (forzata) e dell’espansionismo, lo si è sottolineato più volte, sono influenzati da questa percezione di uno stato di necessità. Non si tratta solo di uno strumento retorico-ideologico – tipico di tutte le fasi di mobilitazione nazionalista – ma di un elemento che allude a quella logica reattiva, strutturale per le classi dirigenti italiane. Si è parlato a tal proposito anche di “complesso di grandezza” (E. Gentile). Intendendo una sopravvalutazione del rango e dell’effettivo ruolo internazionale dell’Italia; di tendenze idealiste crocio-gentiliane (e di converso crocio-gramsciane) che ispirerebbero l’adesione ad un idealtipo nazionalista, prescindendo da valutazioni realistiche.

Dal punto di vista ideologico nei rapporti di collaborazione tra Brin (1833-1898)179 e Vincenzo Stefano Breda (1852-1918) – che siede in Parlamento come lobbysta tra il 1866 e il 1879180 – trova espressione l’alleanza tra Sinistra parlamentare (e Corte e ambienti militari) e industria pesante che determina l’accelerazione industriale; l’elemento principale di conferma del passaggio del nuovo ceto politico, da una “democrazia di marca garibaldina […] ad un aggressivo e self-centered nazionalismo”181. Il modello stesso di Marina (il Modello di Difesa) offensivo – basato sul naviglio pesante182 – che Brin sostiene, è espressione di questa nuova cultura politica; di un diversa visione dei rapporti internazionali e del ruolo italiano. Gli effetti della sua azione – attraverso il varo, per la prima volta, di una così intensa politica autarchica – di fatto riguardano l’intera economia italiana, l’opzione di un modello di sviluppo e quindi di un ruolo internazionale. Le politiche autarchiche muovono in favore dell’indipendenza e dello sviluppo del sistema industriale italiano ma caratterizzano il modello economico secondo quegli squilibri già ricordati, creano un circuito clientelare attorno al processo di concentrazione capitalistica. “È difficile tuttavia intravvedere in quale altro modo il paese avrebbe potuto industrializzarsi così velocemente e così intensamente senza questo genere di incentivi, sia pur economicamente artificiosi, accordati dall’amministrazione pubblica”183. Le politiche autarchiche soprattutto significano la possibilità per lo Stato di controllare quei settori ritenuti strategici. Per quali fini?

I tecnocrati, futuri manager di Stato, sono i protagonisti della ricostruzione del sistema industriale dopo la crisi di riconversione del primo dopoguerra e dopo la grande crisi del ’29. “Salvataggio e modernizzazione sono le finalità di un’impostazione nazionalistica che vede nella salute dell’economia una condizione essenziale per accrescere il prestigio e la forza del paese. […] Naturale e breve è il passo che li conduce a una convinta adesione al fascismo, visto come imprescindibile garante di un ben definito ordine economico e sociale nel quale i tecnici possono mettere le loro indubbie competenze al servizio della patria”184. Un riformismo tecnicista che origina idealmente dal clima di instabilità, creato dalle successive crisi politiche ed economiche; da una percezione critica della situazione dell’Italia liberale e che ha evidenti contenuti antipolitici. Oscar Sinigaglia (1877-1953)185 incarna questo schema ideologico; attraversando con successo l’Italia giolittiana, l’alta burocrazia fascista e il pre-boom repubblicano. Come tecnico manterrà costanti i suoi obiettivi: di una modernizzazione (competitiva) del sistema industriale italiano; di una produzione di acciaio di massa che l’alimentasse. Elementi essenziali di quello che sarà il Piano Sinigaglia186 e, prim’ancora, di una proposta di riorganizzazione del settore siderurgico, formulata all’indomani della crisi di borsa del 1907. La siderurgia si è trovata, infatti, al centro della crisi. Con un modello orientato all’industria pesante, il sostegno pubblico ha prodotto nel trentennio precedente una tendenza alla concentrazione finanziaria e un’intensa attività speculativa attorno ai settori protetti. La caduta dei valori e la riduzione dei crediti, significherà il venir meno delle risorse non solo per gli investimenti ma per il semplice esercizio. La crisi, quindi, non può che ribadire la necessità di una riorganizzazione.
All’inizio degli anni dieci il settore è ancora caratterizzato da una produzione eccessiva, frazionata e a costi troppo elevati; sostenuta unicamente dalle tariffe doganali e dalle commesse statali. In assenza di un’integrazione orizzontale e verticale, il dumping tedesco si è facilmente inserito aggravando la congiuntura. Rispetto alle risposte d’integrazione parziale che verranno date con il salvataggio del 1911187, Sinigaglia ha invece suggerito una fusione integrale delle principali aziende188: Unificare la struttura societaria in vista dell’ammodernamento e della centralizzazione di quella produttiva; L’accentramento della produzione in grandi complessi siderurgici a ciclo integrale, in prossimità di importanti aree portuali, così da abbattere i costi delle materie prime e i costi produttivi.
I temi dell’approvigionamento delle materie prime e dello sviluppo economico, sono determinanti nella militanza nazionalista del primo dopoguerra; nell’attività di organizzatore irredentista189, d’ “impresario del fiumanesimo” (Turati). Sarebbe portatore di un progetto politico, secondo Webster, alternativo alla destra ufficiale; un progetto destinato dopo l’impresa fiumana – “con l’affermarsi dei fasci mussoliniani, del dannunzianesimo e del nazionalismo”190 – ad esaurirsi rapidamente. Testimonianza comunque dell’emergere un nuovo personale politico (leggi: nuova classe dirigente) da settori della borghesia interventista; in grado di attivare, su temi nazionali, ceti e frazioni scarsamente politicizzati. Nel sodalizio tra Giovanni Giurati e Oscar Sinigaglia temi dell’irredentismo e dell’industrializzazione, cui sarebbe strumentalmente finalizzata l’attività politica; avendo intuito per primi le potenzialità delle nuove aggregazione extraparlamentari191.
Sinigaglia svolgerà, in particolare, un importante ruolo di collegamento con gli ambienti governativi e della borghesia imprenditoriale. A Parigi in rappresentanza del “Comitato centrale di azione per le rivendicazioni nazionali”192 incontrerà più volte la delegazione italiana alla Conferenza di pace, avanzando richieste e mediando. “Per Sinigaglia l’applicazione puntuale del patto di Londra, soprattutto per quanto riguardava compensi ed eventuali rinunce in Dalmazia, doveva servire a garantire il controllo economico di importanti fonti di materie prime, indispensabili per i piani industriali del paese in un’ottica di sviluppo proiettata verso l’area balcanica. Per spiegare il suo impegno su questi temi bisogna ricordare sia il progetto di spedizione militare italiana in Caucaso, sia le iniziative private per la penetrazione economica nelle regioni transcaucasiche, legate alla Banca di Sconto e nelle quali Sinigaglia era fortemente interessato”193. Consiglierà quindi, inutilmente, una strategia flessibile (rispetto a Fiume e alla Dalmazia): “Il mio pensiero era che, se l’Italia avesse potuto diventare una nazione potente anche economicamente, i problemi che non si potevano risolvere allora, si sarebbero facilmente risolti in altro momento”194.
Riccardo Bianchi (1854-1936)195 è portatore di un approccio tecnocratico puro che si compie in un nuovo modello di direzione196. Contenuti tecnici – ritenuti extrapolitici, d’interesse nazionale – verranno formalizzati nel Piano Bianchi (1905-1915), un piano decennale di ammodernamento delle ferrovie italiane. I contenuti tecnici evidentemente, però, assumono una valenza strategica. Il rinnovamento e l’ampliamento (del materiale rotabile e da trazione) e l’innovativa elettrificazione della rete settentrionale, hanno un valore strategico e simbolico di autosufficienza energetica e tecnologico; principalmente nei confronti dell’ingombrante partner tedesco. La decisione di raggiungere l’autonomia nelle forniture, di nuovo produrrà un picco di sviluppo, oltre che indiretto della siderurgia, della giovane industria meccanica-elettromeccanica; all’inizio degli anni ’10 questa si troverà quindi nella necessità di esportare, avendo di gran lunga superato le capacità di assorbimento del mercato interno. Mercati di riferimento sarebbero stati quelli balcanici e del pericolante e colonizzato Impero Ottomano197; contro una violenta opposizione tedesca198. È evidente come gli alleati considerassero quella italiana una sgradevole presenza: un nodo ferroviario alternativo nei Balcani e in Anatolia meridionale, avrebbe dirottato degli scambi commerciali e delle risorse al di fuori di quell’area economica integrata costituita da Europa centrale, Anatolia e Mesopotamia settentrionale. Né tanto meno si sarebbe mai concretizzata, la possibilità di estendere la Triplice in direzione di un’integrazione economica (che guardasse alle esigenze industriali italiane e non fosse mera partecipazione finanziaria). Allo stesso tempo, le conseguenze principali – e destabilizzanti – della guerra libica non riguarderanno tanto lo scacchiere africano, quanto le possibilità di penetrazione nell’entroterra ottomano: in prossimità del conflitto la politica estera italiana è quindi orientata verso i Balcani e l’Asia Minore, in una visione di controbilanciamento degli austro-tedeschi. “Se si tengono presenti gli obiettivi della nuova industria ferroviaria nazionale, è facile comprendere del resto l’interesse del governo italiano per la realizzazione della tanto discussa linea ferroviaria adriatico-danubiana e paiono altrettanto scontati i forti timori che l’Italia nutriva nei confronti dell’egemonia delle Potenze Centrali nei Balcani, dato che le sue prospettive di espansione industriale in quest’area entravano chiaramente in conflitto con quelle della Germania e dell’Austria. Sotto questo punto di vista la vicenda dell’industria ferroviaria offre un esempio significativo delle convergenze esistenti fra gli interessi italiani all’estero in campo economico, per quanto speculativi potessero essere, e la linea adottata in sede governativa per estendere l’influenza politica dell’Italia e il suo raggio di espansione”199. Un secondo significato strategico, dunque, ma espansivo; ancora una volta, reattivo e antitedesco. Movimento di reazione che non riguarda solo l’alleato ma, più in generale, il ruolo (semicoloniale) assegnato all’Italia nella divisione internazionale del lavoro: l’argomentazione retorica principale delle politiche autarchiche.

Ma quali sono i presupposti teorici? Con la crisi del giolittismo matura anche l’allontanamento degli industriali che si sono appena dati una struttura organizzativa, con lo scopo di esprimere un disegno autonomo: “Noi borghesi, e parlo principalmente dei produttori, abbiamo forse il difetto di mantenerci troppo estranei alla vita politica […]. Non abbiamo così modo di imprimere l’indirizzo che crediamo confacente alle necessità della produzione. Quando ci decideremo ad allargare il campo della nostra visione?”200.

Questa nuova “aristocrazia del lavoro che studia e interviene sulle più rilevanti questioni economiche e sociali”, attraverso le sue organizzazioni201 inizia a sostenere – in opposizione ad una crescente opinione libero-scambista – una visione industrial-organicista202 per la quale gli interessi dei produttori, dei lavoratori e dei consumatori trovano unità nel superiore interesse nazionale: “È gravissimo errore – purtroppo radicato e persistente fra noi – quello di considerare come separati e magari pressoché antinomici gli interessi dei produttori e quelli dei consumatori; gli sforzi del capitale e la cooperazione della mano d’opera; l’incremento del bilancio dello Stato e l’espandersi dell’agiatezza individuale. Ogni iniziativa, ogni energia ben diretta di lavoro, diventano coefficienti di ricchezza, che si sparge irresistibilmente a beneficio della collettività”203. Referente di queste tendenze è Alfredo Rocco (1875-1935) che le esprime in quello che è considerato il manifesto del nazionalismo, “Economia liberale, economia socialista ed economia nazionale”, pubblicato nel 1914 proprio sul foglio degli industriali. Nell’analisi del futuro giurista fascistissimo la critica dei modelli economici è, primariamente, critica dei contenuti etico-sociali. Contrappone all’economia politica cosmopolita (liberale e socialista)204 – causa della divisione internazionale del lavoro e strumento della supremazia britannica – il modello di economia nazionale, teorizzato dall’economista tedesco Friedrich List205. Contemporaneamente, ad una visione individualistica-edonistica di cui queste teorie sarebbero portatrici, contrappone il suo modello sociale organicista. Nell’organismo-nazione che lo Stato aggrega, gli individui sono “organi dei fini della società”206; fini non solidaristici interni ma espansivi, nella lotta tra nazioni. È necessario, allora, subordinare gli interessi dei singoli a quelli sociali-nazionali. Le tariffe in quanto strumento per attivare nuove economie, rappresentano un sacrificio giustificato da obiettivi espansivi di lungo periodo. L’Italia avrebbe potuto scegliere se continuare sulla strada di uno sviluppo industriale forzato e dispendioso; se diventare una fonte di manodopera (a detrimento della razza); o infine, auspica Rocco, intraprendere una guerra di conquista e riorganizzare il sistema economico in funzione di questo obiettivo. Nel nuovo Stato nazionalista la borghesia produttiva, come depositaria del mito nazionale, avrebbe dovuto assumere un ruolo guida; “intensificare la nazionalizzazione del proletariato, per stringere tutte le classi produttive, come un solo blocco di fede e di volontà, concentrando le loro forze verso la politica estera, verso l’espansione imperialista”207.

Sul piano strettamente teorico-economico c’è il tentativo di creare un’alternativa al modello marginalista208. I futuri corporativisti209 (Alberti, Arias, Carli, Gini) e i nazional-marginalisti (Pareto, Pantaleoni210, Barone), costituiscono le due correnti economiche del nazionalismo che confluiranno nel fascismo211. Li divide essenzialmente una diversa visione del ruolo statale, mentre condividono – oltre ad una fondamentale radice antisocialista212 (ma evidentemente non antisociale) e antidemocratica213 – l’opinione sulla funzione innovatrice e dirigente della borghesia industriale. Liberista “non dottrinario”, come egli stesso si definisce, Enrico Barone (1859-1924)214 vede nel protezionismo un fattore di sviluppo industriale215 e di crescita del reddito medio216. Nota Webster, come la sua pubblicistista nazionalista non abbia un tono puramente retorico-letterario ma per la prima volta – assieme a quella di Rocco – assuma un valore dottrinario217; appare organica, appunto, all’attività di elaborazione teorico-economica. La leadership sociale e politica della borghesia produttiva, la “rinascenza”218 nazionalistica – vista come fase essenziale della trasformazione industriale dell’Italia – infatti, per Barone trovano giustificazione in una logica di necessità e di efficienza economica. Lo Stato (incapace di innovazione) non può che essere “l’organo di certi determinati interessi” e lasciare “libero campo all’iniziativa privata”. Di qui la critica alla democrazia, prima che al socialismo. Il “potere politico ed il potere economico devono essere nelle stesse mani”, poiché un accezione troppo larga di “eguaglianza” porterebbe al dominio della maggioranza e quindi, alla “statocrazia”; “un danno rispetto al massimo di utilità collettiva”. Barone immagina “un forte potere statale” ma – in una forma pre-autoritaria – di (uno Stato) “soldato, gendarme e giudice”219. Nello schema sociale baroniano dominato dalla borghesia imprenditoriale, a fianco allo Stato forte il modello economico è quello di un’economia pianificata (Webster) articolata attorno ai grandi agglomerati economici. I “sindacati industriali” rappresentano la forma del capitalismo avanzato, in quanto l’espressione più alta di una borghesia innovatrice e del processo di selezione che questa genera220. Prevedibile corollario – specie per un intellettuale di formazione militare, prima che nazionalista – è la riaffermazione della guerra espansiva come necessità dello sviluppo industriale della nazione221. “La perdita di beni e di vite umane che potrebbero derivare da una guerra serve quindi semplicemente ad affrettare la fine di una crisi che arrecherebbe la perdita di un numero assai più alto di vite e di beni”222.

Su un opposto fronte antimonopolista il nazional-liberale Alberto Caroncini (1883-1915)223, il cui percorso teorico segue in parte quello – originalissimo nel panorama dell’Italia liberale – del Partito Giovanile Liberale Italiano (1901), già Movimento Giovanile Liberale Italiano (1898), di Giovanni Borelli e Aldemiro Campodonico224; espressione di una illuminata, quanto minoritaria, borghesia conservatrice centro-settentrionale225 (delle professioni)226. Si caratterizza inizialmente come un movimento monarchico-borghese neocavouriano, distinto ma vicino al progetto conservatore di Salandra e Sonnino e che, pur in una certa continuità ideologica, si oppone al giolittismo come sistema di potere. Gli elementi di maggiore originalità si manifesteranno al Congresso di Arezzo del 1904 – che ratifica l’indirizzo nazional-liberale – e ai Congressi nazionalisti di Firenze del 1910 e di Roma del 1912, in evidente discordanza col massimalismo nazionalista à la page. L’imprescindibilità del binomio liberale-liberista: La convinzione che la riforma dello Stato debba avvenire entro un quadro legale; L’opposizione alla linea protezionista maggioritaria. In politica estera, l’assoluta priorità della questione irredentista227. La politica di massa non è uno spettro inquietante ma una realtà che deve ispirare una trasformazione del liberalismo, l’affermazione del carattere nazionale ovvero interclassista del nazionalismo228 con l’inclusione delle classi popolari nel movimento. Nella percezione della crisi e della necessità di un “rinnovamento politico e morale del liberalismo italiano”, Caroncini interpreta la parte più avanzata di questo disegno; cioè, secondo Gobetti: “di dare […] una coscienza di classe alla nascente borghesia industriale e di resuscitare il liberalismo economico inquadrandola in un’etica severa e bellicosa”229. “Lo sviluppo dello Stato unitario gli pareva soffocato dalla cristallizzazione di una coalizione di vertice tra proprietari fondiari e industriali privilegiati, tra operai e ceti impiegatizi. E così il movimento delle rivendicazioni sociali si convertiva, a suo parere, nella codificazione di redditi eccezionali di massa, nella stabilizzazione del malgoverno, nella cronicizzazione di un disordine sezionale e corporativo”230. L’ “opera liberatrice e avvivatrice” avrebbe dovuto porre un ritorno all’ “idea nazionale” e la promozione di una contemporanea riforma sociale: “Noi dovremo combattere senza requie ogni forma di parassitismo economico e politico e di legislazione di classe come impedimento allo sviluppo di tutte le forze della nazione, accettando la legislazione sociale solo quando risponde a veri interessi generali; ma dovremo anche, sebbene nei limiti ristretti consentiti ad un paese povero, promuovere positivamente lo sviluppo economico e morale e curare tutte le forme di benessere per il popolo italiano”231. La saldatura – nell’interesse nazionale – di classi popolari e borghesi sarebbe potuta compiersi in un’espansione che fornisse finalmente all’Italia l’indispensabile sbocco demografico. Contrario all’imperialismo delle materie prime – come proiezione di un modello di sviluppo autarchico-protezionistico, limitativo delle forze realmente produttive – pensa piuttosto alla costituzione di un hinterland economico italiano232 (tra i Balcani, l’Asia Minore e l’Africa Orientale); ovvero un’area economica complementare al sistema industriale italiano. Hinterland necessariamente centrato sui Balcani che, in prossimità geografica, ben si adattano a questa funzionalizzazione in chiave d’imperialismo infrastrutturale. Principalmente avrebbero potuto rifornire l’industria tessile e alimentare italiana delle materie prime necessarie ed ospitarne il primo stadio di lavorazione; servire da sbocco all’industria pesante con l’infrastrutturazione e le forniture militari ai paesi dell’area; di conseguenza, assorbire beni strumentali di base e manodopera specializzata. Uno schema articolato riguardo al tipo di relazioni (imperialiste) da impiantare: i rapporti col “retroterra balcanico” sarebbero stati da graduare tra un colonialismo energico-paternalistico – su modello africano – e in prevalenza accordi di scambio paritari con gli Stati indipendenti.

Attraverso queste figure si esprimerebbe, dunque, come parte di un fenomeno globale, la generale mutazione ideologica della borghesia italiana in direzione etico-patriottica. La scelta liberale – che Webster accusa gli europei di aver colpevolmente abbandonato233 – all’indomani del ’70, ancor più per l’Italia, non sembra opzionabile; come risultante di un processo di costruzione nazionale incompiuto e di un’industrializzazione accelerata. La sua analisi si concentra naturalmente – sulla traccia della letteratura sull’imperialismo – sul secondo aspetto, laddove quello identitario-istituzionale appare derivato; sulla traccia in particolare del “capitale finanziario”234 dell’austromarxista Rudolf Hilferding. L’attenzione è alle concentrazioni industriali-finanziarie, ai monopoli, come elemento di modernizzazione e di mobilitazione imperialista235; come organi d’indirizzo extraistituzionali. Con un capovolgimento di prospettiva rispetto ad un approccio precedente – in cui l’industrializzazione italiana, si è affermato, fosse un prodotto dello Stato nazionale (in formazione) – sono ora le forze economiche a svolgere un ruolo d’indirizzo politico.

Nell’esperienza italiana lo stadio monopolistico non è il risultato di un processo di sviluppo capitalistico. I fenomeni di concentrazione e la saturazione del mercato interno – principali stimoli al commercio d’esportazione e all’imperialismo industriale – caratterizzano costituzionalmente il sistema economico. Tra le specificità, va ricordato che la prima industrializzazione italiana – come parte della seconda fase della rivoluzione industriale – a più alta intensità tecnologica, si presti facilmente alle grandi concentrazioni. Le ridotte dimensioni del mercato, la realtà di un sistema bancario accentrato, le esigenze (primarie) di crescita dell’industria pesante – di raggiungere la massa critica necessaria a generare economie di scala – favoriscono le forme monopoliste fin dall’inizio del processo d’industrializzazione; Webster parla in proposito, di monopoli “confezionati su misura”.

Nel modello tedesco, che tanto fascino e influenza esercita allora sul mondo economico e istituzionale italiano, la banca mista favorisce naturalmente i processi concentrativi. Il capitale finanziario – l’integrazione tra banca e industria – oltre a controllare il mercato interno è il protagonista di “un nuovo tipo di spinta imperialistica coordinata”: i tedeschi, ora, vogliono trarre profitti monopolisti anche dai mercati esteri. In paesi a capitalismo maturo, infatti, man mano che aumenta il controllo monopolistico, il mercato interno tende a saturarsi; si riduce la differenza costi-profitti e parallelamente lo squilibrio tra bilancia commerciale e dei pagamenti. La soluzione si pensa sia nello stabilire un controllo (imperialistico) politico-economico su un paese che offra contemporaneamente materie prime e mercati di sbocco. Il monopolio stesso permette di finanziare con prezzi interni drogati, il dumping sui mercati esteri di cui si vuole assumere il controllo236; l’aumento dei volumi abbassa i costi unitari e fa crescere i profitti. Un deficit permanente della bilancia commerciale può assumersi, allora, come la causa prima dell’imperialismo. Dall’esportazione congiunta di capitali e sistemi di organizzazione industriale, risulta l’istituzione di un “rapporto complementare permanente”; secondo quello che abbiamo definito in precedenza, imperialismo delle infrastrutture. La potenza industriale fornisce all’esportatore di materie prime, i capitali in prestito e le tecnologie per l’infrastrutturazione; indebitato (in maniera superiore alle proprie risorse) e dipendente tecnologicamente, quest’ultimo cade in uno stato di dipendenza politica oltre che economica. Risanata la bilancia commerciale, investiti i capitali con un profitto maggiore – mantenendoli all’interno del circuito dell’economia nazionale – la potenza ha infine integrato il paese fornitore. Un sistema in cui i profitti dipendono in misura crescente dalle esportazioni non può che essere, in tutta evidenza, tendenzialmente espansivo-aggressivo; in questi termini protezionismo e monopolismo sarebbero acceleratori e non cause. Dalle parole di Hilferding si deduce una tendenza (se non una aspirazione) naturale del capitalismo industriale alla saturazione del mercato e all’espansionismo: poiché un sistema industriale ad alto contenuto tecnologico è un sistema ad alti costi e con un alto potenziale produttivo da esprimere.

In Italia, la modernizzazione accelerata sarebbe stata una reazione dell’industria monopolista alla presenza di forti organizzazioni sindacali. Per cui gli ingenti investimenti non avrebbero avuto lo scopo di soddisfare la domanda ma originariamente di ottenere profitti monopolisti. Il sistema industriale italiano raggiungerà la maturità – che possiamo intendere anche come relativa autonomia operativa – proprio alla vigilia della crisi del 1907. I margini di manovra saranno a quel punto, ulteriormente ridotti rispetto ad una situazione posta dalle necessità d’importazione, dagli alti costi di produzione collegati e dalla carenza di capitali. Il 1908 viene infatti individuato come un anno di svolta, a partire dal quale l’industria (pesante) verrà a basare essenzialmente sulle esportazioni e gli ordinativi statali. Le tariffe, “tecnicamente sbagliate”, non riusciranno ad arginare la concorrenza straniera e si ricorrerà allora ai sussidi, ai contratti preferenziali e alle commesse militari. Per Hilferding i superprofitti monopolisti costituiscono una sorta di tributo collettivo dei consumatori (classi medie e popolari), in forma di prezzi artificiosamente elevati. Nel caso italiano il modello fiscale centrato sulla tassazione indiretta, distribuirà – in maniera chiaramente non proporzionale – il carico delle sovvenzioni sull’intera popolazione. L’effetto generale (destabilizzante) degli aiuti statali sarà, in più, quello di aggravare il dualismo economico e sociale; non ricomposto nella sintesi retorica imperialista della nazione produttrice e proletaria.

Riflessione fondamentale nel pensiero di Webster, “la politica imperialistica trae origine dall’innesto dei moderni sistemi industriali negli Stati nazionali”237. Nella visione di una contrapposizione tra globalizzazione e imperialismo – pur entrambi conseguenza della modernizzazione dei sistemi economici-industriali – la “spirale” imperialista sarebbe il termine finale della crisi “ineluttabile” dello Stato-nazione. Lo spazio vitale come elemento di definizione degli imperialismi, così come dei fascismi, non è semplicemente un tratto di continuità ma come dire, di nuovo, parafrasando la formula leniniana che il fascismo rappresenti la fase suprema dell’imperialismo238. A teorizzare un nesso tra sviluppo capitalistico e fascismo è nel suo celebre saggio sull’imperialismo fascista Pietro Grifone. Dal suo esilio pontino239 il fascismo gli appare nella vera natura di regime di classe, di “regime del capitale finanziario”240. Un rapporto organico-dialettico tra grande capitale e fascismo – di progressiva “compenetrazione” e “simbiosi” – in cui il regime avrebbe assunto infine, nei confronti della collettività, un ruolo di “mediatore politico degli interessi di classe del grande capitale monopolistico”241; a danno non solo dei ceti popolari, ma anche della piccola-media borghesia. La fase di effettiva mobilitazione imperialista del regime, a partire dal ‘35242 – con tratti di continuità che trascendono gli aspetti ideologici – corrisponde al decisivo passaggio dal capitalismo monopolistico a un “capitalismo monopolistico statale di guerra”. “L’autarchia e la guerra furono gli sbocchi necessari e conseguenti di tutta la politica perseguita dai gruppi dominanti del grande capitale, sin dal 1922, e non solo da allora [...] e il dirigismo del regime altro non fu che la disciplina che il grande capitale diede a se stesso al fine di conseguire, con la guerra, i suoi fini imperialistici, di aggressione e di conquista”243. Per le due potenze revisioniste il gap inevitabile tra capacità-ambizioni e risorse244 è una problematica centrale – e a volte manifesta – dello sviluppo economico; si configurerebbe come premessa di una reazione imperialista alle deprecate centrali finanziarie occidentali.

In tema può essere significativo l’accostamento ad alcune interpretazioni “sociologiche” del fenomeno fascista, proposte da Tarchi sulla scia di De Felice245; all’interno delle due macrocategorie analitiche, delle ideologie delle classi medie e delle ideologie della modernizzazione. Il fascismo sarebbe il prodotto ideologico di élite medioborghesi in ascesa-declino, compresse tra alta borghesia – che esprime con continuità l’establishment – e masse organizzate in crescita. Il fascismo italiano, secondo l’italo-argentino Gino Germani246 si afferma grazie alla capacità di mobilitare classi medie cittadine – non integrate – in “perdita di status”. Ad attivarle, per Karl Mannheim247, è proprio il “desiderio di mobilità sociale”; raggiunto il potere, infatti, le iniziali “tendenze rivoluzionarie” decadono a favore di istanze d’ “ordine e stabilità” e i movimenti si riorientano coerentemente a destra.

Sotto la lente del rapporto con la modernità, il fascismo è stato considerato come manifestazione o conseguenza o ancora come un veicolo-strumento della modernizzazione. Classicamente, una “rivoluzione conservatrice dall’alto” – in Barrington Moore Jr.248 – funzionale alla modernizzazione capitalista. Un strumento d’integrazione sociale, di fronte alle potenzialità destabilizzanti di un’industrializzazione accelerata. Per Ludovico Incisa di Camerana249, un’ “ideologia di transizione” propria di quei paesi a “industrializzazione tardiva”; in cui il nazionalismo è mezzo di controllo sociale, di contenimento delle spinte disgregative prodotte dalla mobilitazione di massa.

Lo scopo (ideologico) d’integrazione, può anche essere interno alle élite e non interclassista. Georges Gurvitch250 vede i fascismi come espressione di “società tecnoburocratiche moderne che aspirano alla fusione fra amministrazione civile dello Stato, esercito e organi di pianificazione economica”. Uno strumento per “imporre al processo di accumulazione capitalistica ritmi lenti” ed evitare così lo scontro tra le componenti (innovativa e conservatrice) dell’élite socioeconomica. Nello schema conflittuale dei “regimi sincratici” – forme politiche fondate sul compromesso tra le due componenti dell’élite – di Kenneth Organski251, centrale è proprio il conflitto tra élite (industriale e fondiaria). In continuità ideale col più volte citato trasformismo corporativo252, tra industriali del nord e possidenti del mezzogiorno; categoria analitica ampia che può includere – come fondativi – i conflitti tra piccola-media e alta borghesia (Grifone) o tra vecchie e nuove élite politico-economiche.



81 Giuseppe GARIBALDI, Messaggio alle genti slave (1862) in Mario PACOR, Italia e Balcani. Dal Risorgimento alla resistenza, Feltrinelli, Milano 1968, p.10.
82 Ibid. Pacor costruisce un doppio parallelo: tra gli “animosi volontari” per l’indipendenza greca e le Brigate Internazionali spagnole; tra i moti risorgimentali e la resistenza antinazista. La tesi, mi pare, sia quella di una continuità ideale – in chiave di legittimazione (nazionale) – col movimento resistenziale e delle forze progressiste.
83 Della guerra insurrezionale per bande.
84 Giuseppe MAZZINI, Lettere Slave. 1857-1877, Laterza, Bari 1939, (Lettera del 16 Giugno 1857) p. 85.
85 Molto attiva ad esempio la numerosa comunità greca triestina.
86 “Società per l’alleanza italo-slava”, Torino, 1849.
87 Milano, 1876.
88 G. MAZZINI, op. cit., (Lettera del 13 Giugno 1857) p. 84, (Politica internazionale, 1877) p. 123, (Lettera del 13 Giugno 1857) p. 95 in M. PACOR, op. cit., p. 13 [Prima ed.: La questione d'Oriente: Lettere slave, Politica internazionale, Commissione per la pubblicazione delle opere di Giuseppe Mazzini, Roma 1877].
89 Antonio GRAMSCI, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 1975, Quaderno 9 (XIV), 1932: Note sul Risorgimento italiano, Vol. II, p. 1170 e ss.; cfr. M. PACOR, op. cit., p. 14.
90 M. PACOR, op. cit., p.14. Il parallelo passato-presente qui si esplicita e la Resistenza viene definita “secondo Risorgimento”.
91 Ibid.
92 Cfr. Francis CONTE, op. cit. Il padre del panslavismo russo, il prete cattolico croato Jurij Križani? (1618-83), nel suo Politica ovvero discorso sul governo ipotizza una “triplice unione slava” – “politica”, “spirituale”, “linguistica” – con la creazione di un grande Impero degli Slavi sotto la protezione dello Zar.
93 A. GRAMSCI, op. cit., Quaderno 19 (X), 1934-1935: Risorgimento italiano, Vol. III, p. 2006 e ss.
94 Giuliano PROCACCI, Storia degli italiani, vol. II, Laterza, Bari 1972, p. 23.
95 M. PACOR, op. cit., p. 16.
96 Cfr. A. GRAMSCI, op. cit., p. 2006 e ss.: “Il libro in cui il Balbo sostenne la sua tesi: Le Speranze d’Italia fu pubblicato nel 1844 e la tesi stessa non ebbe altra efficacia se non quella di far conoscere la questione orientale attirando l’attenzione su di essa e quindi di facilitare (forse) la politica di Cavour a proposito della guerra di Crimea. Non ebbe nessuna efficacia nel ’59 (quando il Piemonte e la Francia pensarono di suscitare nemici | all’Austria nei Balcani per illanguidirne le forze militari) perché una tale azione fu circoscritta, di poco respiro e in ogni caso si ridusse a un episodio di organizzazione dell’attività militare franco-piemontese: lo stesso si dica per il 1866, quando una simile diversione fu pensata dal governo italiano e da Bismark per la guerra contro l’Austria. Cercare in tempo di guerra, di indebolire il nemico suscitandogli nemici all’interno su tutto il perimetro dei confini politico-militari non è elemento di un piano politico per l’Oriente ma fatto di ordinaria amministrazione della condotta bellica. Del resto, dopo il 60 e la formazione di una Stato italiano di notevole importanza, l’inorientamento dell’Austria aveva un ben diverso significato internazionale e trovava consenzienti tanto l’Inghilterra che la Francia”.
97 Secondo Governo Ricasoli (Giugno 1866-Maggio 1967).
98 Con la concretizzazione del progetto politico-istituzionale.
99 Giuseppe STEFANI, L’Adriatico nelle guerre del Risorgimento, Del Bianco, Udine 1965 in M. PACOR, op. cit., p. 16.
100 Emilio GENTILE, La Grande Italia, Mondadori, Milano 1997, p. 17.
101 Cfr. Giuseppe Antonio BORGESE, Poesia crepuscolare, “La Stampa”, 10 Settembre 1910, in Anna NOZZOLI -Jole SOLDATESCHI, I crepuscolari, La Nuova Italia, Firenze 1978, pp. 1 e ss., 135: “La denuncia di questo sincero disagio nei confronti della realtà culturale ed esistenziale contemporanea ha suggerito alla critica una formulazione più ampia del problema crepuscolare […]. Così si è giunti ad un processo di chiarificazione del significato ideologico oltre che letterario di cui questo fenomeno poetico degli inizi del secolo si fece, anche inconsapevolmente, portavoce e se ne è rintracciata la genesi storica nella situazione di crisi politica e culturale coincidente con il crollo del mondo ideologico del positivismo. In un clima che da un lato si configurava come esaltazione sfrenata della bellezza, del vitalismo e della salute pagana, denunciando nella ricerca di soluzioni irrazionalistiche uno stato di inquietudine e di confusione insanabili, e dall’altro indulgeva ad un edonismo morboso ed intellettualistico”; Natale TEDESCO, La condizione crepuscolare, La Nuova Italia, Firenze 1970 in Ivi, p. 3: “Sociologicamente parlando, sono lo specchio di una borghesia, soprattutto piccola borghesia, insoddisfatta e irrequieta che non ha trovato i modi di una sua più idonea e fruttuosa utilizzazione nel giovane ma già in crisi Stato italiano […]”; Aldo VALLONE (a cura di), I crepuscolari, Palumbo, Palermo 1970, pp. 66-68.
102 Cfr. Richard A. WEBSTER, L’imperialismo industriale italiano (1908-1915). Studio sul prefascismo. Einaudi, Torino 1974, p. 79 (nota).
103 Alfredo ORIANI, La rivolta ideale (1908), Cappelli, Bologna 1937, p. 60. Il capitolo si intitola emblematicamente: “Trionfo e degradazione industriale”. Le opere di Oriani, non del tutto ingiustamente, subiranno una strumentalizzazione (presunta) da parte del regime che lo adotterà come una figura quasi profetica. Annoverato tra le letture di formazione del Duce – che curerà anche la citata edizione dell’opera omnia dell’autore – ne “La rivolta” si ritrova parte dell’apparato concettuale del fascismo. Cfr. Renzo DE FELICE, Mussolini il duce. 1: Gli anni del consenso (1929-1936), Einaudi, Torino 1974, pp. 373-376 (Cap. IV, “Alla ricerca di una politica estera fascista”).
104 Cfr. A. ORIANI, Fino a Dogali (1889), Gherardi, Bologna 1912, p. 296: “Le nostre coscienze […] dopo le vampe luminose della epopea garibaldina si erano adagiate nel crepuscolo secolare della nostra vita di servitù”.
105 Mario MORASSO, L’imperialismo nel secolo XX. La conquista del mondo, Treves, Milano 1905, p. 11. Cfr. Albertina VITTORIA, Il sogno d’un’ombra. Imperialismo e mito della nazione nei primi anni del novecento, “Studi Storici”, XXXI, 1990, 4, p. 825.
106 Pasquale TURIELLO, Governo e governati in Italia (1889), Einaudi, Torino 1980, p. 295.
107 Ivi, p. 299.
108 A. ORIANI, La rivolta…, op. cit., p. 284 (Parte II, Cap. VII : “L’Imperialismo”).
109 P. TURIELLO, op. cit., p. 302 e ss. Per Turiello c’è una correlazione diretta tra ri-costruzione dell’identità nazionale, ricostruzione istituzionale ed espansionismo.
110 A. VITTORIA, op. cit., p. 827. È un motivo ricorrente, come si vede, nella pubblicistica dell’epoca (Luigi Einaudi, Un principe mercante, 1899) che genera un largo dibattito su autorevoli riviste (“Nuova Antologia”, “Critica Sociale”, la “Riforma sociale”, “Giornale degli economisti”). C’è in questa attenzione il riflesso di un timore diffuso tra le classi dirigenti: che un allentamento dei flussi migratori facesse montare la tensione sociale nelle campagne e nel Paese. In maniera non troppo dissimile dalle premure paternalistiche ne “La Grande Proletaria” pascoliana.
111 Ibid.
112 Roberto MICHELS, L’imperialismo italiano, SEL, Milano 1914, p. 102. Cfr. A. VITTORIA, op. cit., p. 829.
113 Cfr. A. VITTORIA, op. cit., p. 828.
114 A. ORIANI, op. cit., pp. 285-286.
115 A. ORIANI, Fino..., p. 311 e ss.
116 G. MAZZINI, Lettere…, (Politica …) p. 119.
117 Cfr. A. VITTORIA, op. cit., pp. 834-835. Cfr. Alberto VIVIANI, Fondazione e vita del “Leonardo” in La maschera dell’orco: l’intima vita di Giovanni Papini, Bietti, Milano 1955, pp.133-152; Francesco Saverio FESTA, Politica, cultura, ideologia nelle riviste dell’Italia pre-fascista, “Il Mulino”, 1978, 4, pp. 608-641.
118 Cfr. E. GENTILE, op. cit., p. 117.
119 Associazione nazionalista italiana (1910).
120 Enrico CORRADINI, Le elezioni, “Il Regno”, 22 Maggio 1904 in E. GENTILE, op. cit., p.68.
121 Giustino FORTUNATO, Le due Italie, “La Voce”, 19 Marzo 1911 in E. GENTILE, op. cit., pp. 65, 380 (n).
122 E. GENTILE, op. cit., p. 65.
123 Paolo POMBENI, Partiti e sistemi politici nella storia contemporanea, Il Mulino, Bologna 1994, p. 169.
124 Cfr. Franco DE FELICE, Doppia lealtà e doppio Stato, “Studi storici”, XXX, 1989, 3. Potremmo immaginare antesignano del doppio Stato, nel senso più generale. Cfr. Gert SORENSEN, Il doppio Stato e il fascismo, “Studi Storici”, XLII, 2001, 1, pp.139-153.
125 Vilfredo PARETO, Trattato di sociologia generale (1916), vol. II, Comunità, Milano 1964, p. 538.
126 P. POMBENI, op. cit., p. 169.
127 E. GENTILE, op. cit., p. 76.
128 Cfr. R. A. WEBSTER, op. cit., p. 575.
129 Giuseppe ARE, La scoperta dell’imperialismo, Edizioni Lavoro, Roma 1985. Alla svolta del secolo la scoperta dell’imperialismo che forza i (dominanti?) codici progressivi liberaldemocratici e socialisti, produce una profonda crisi culturale nella classe politica italiana: di cui si farà interprete il nuovo modello dell’interesse nazionale. Cfr. E. GENTILE, op. cit., p. 104.
130 E. GENTILE, op. cit., p. 104.
131 Cfr. Franco FERRAROTTI, Un imprenditore di idee, Comunità, Torino 2001.
132 Cfr. Nota 139, 268.
133 Cfr. Antonio GAMBINO, Inventario italiano, Einaudi, Torino 1998, pp. 83 e ss. Establishment così come è venuto definendosi nelle moderne società occidentali: una struttura relativamente stabile e coerente, con caratteristiche di apertura al ricambio, riconoscibilità e, soprattutto, di un ruolo sociale definito rispetto ad interessi generali.
134 A. GRAMSCI, op. cit., Quaderno 5 (IX), 1930-1932: Miscellanea, Vol. I, pp. 667-678. Cfr. Ibid.
135 Cfr. Antonio GAMBINO, op. cit., pp. 89-90: Secondo “un modello di aggregazione che – avendo come punto di riferimento non alcuni principi e interessi generali, o anche dei sentimenti ampiamente condivisi, ma una serie di strutture intermedie, legate ad alcuni notabili – riflette spontaneamente gli aspetti familiari-materni della nostra mentalità”.
136 Franco BONELLI, Il capitalismo italiano. Linee generali d’interpretazione in Storia d’Italia, Annali 1, Dal feudalesimo al capitalismo, Einaudi, Torino 1978, p. 1198 e ss. : “La posizione internazionale dell’Italia [nel periodo unitario], è dunque il riflesso di un equilibrio interno di tipo agrario-mercantile che, pur reggendosi sul non sviluppo, verrà ben presto assunto a postulato del modello liberistico adottato dalla borghesia, che si appresta a condurre la nostra rivoluzione nazionale. Sotto questo profilo, il discorso dell’accumulazione agraria si intreccia evidentemente con quello della formazione di tale borghesia, sulle sue caratterizzazioni regionali, sulla sua identità culturale, sul ruolo che essa svolgerà nella costituzione e nella direzione dello Stato unitario”.
137 C. M. SANTORO, op. cit., pp. 25-26 : “C’è stata cioè una prevalenza attiva degli elementi strutturali rispetto a quelli sovrastrutturali che invece in altri paesi, dove lo Stato e il peso della nazione esercitavano ben altro ruolo, hanno sempre giocato una parte dirimente fra le fazioni economiche e gli interessi di classe o di ceto, stabilendo il quadro delle regole del gioco nei processi decisionali e implementativi della politica estera. […] Sullo sfondo della politica estera nazionale hanno costantemente svolto una funzione di pressione, senza filtri e mediazioni politiche efficaci, gli interessi costituiti dell’economia nazionale. Per ragioni diverse, il grande capitale internazionale, i gruppi finanziari italiani, e anche molti interessi settoriali e lobbies particolari hanno scavalcato le soglie dello Stato penetrando direttamente all’interno dei processi decisionali […]”.
138 Cfr. G. PROCACCI, op. cit., p. 416. Un modello basato su una lenta germinazione delle forze produttive; “rigenerazione economica e rigenerazione civile avrebbero così proceduto entrambe dal basso, dalla libera iniziativa dei singoli produttori”.
139 Cfr. C. M. SANTORO, op. cit., p. 71 e ss. La dialettica ruolo-rango è indicata come una delle costanti (strutturali) della politica estera italiana. Per formazione le classi dirigenti italiane, hanno tradizionalmente sovrapposto il rango al ruolo: la posizione formale – nello schema eurocentrico dell'equilibrio di potenza – ad un ruolo oggettivamente debole per un Paese ancora in formazione. Nel clima di grandeur ideologica si crea un’autopercezione di potenza e i concreti rapporti di forza diventano secondari o prospettici. Il risultato è proprio quello di sottolineare invece la debolezza e rendere puramente formale il ruolo. "Questa marginalità storica dell'Italia nel catalogo della potenza, che si traduceva nell'invitarla alle conferenze internazionali senza poi tener conto del suo parere o dei suoi desiderata, ebbe delle conseguenze gravi sulla politica del paese e sulla sua percezione della propria identità nazionale, fino a comprometterne in più occasioni la stabilità della direzione politica e quindi modificandone imprevedibilmente lo stile". Comporta un’impostazione della politica estera secondo linee reattive; l’oscillazione – in una “duplicità di status” – tra velleità di grande potenza e piccola potenza passiva.
140 Richard A. WEBSTER, op. cit., p. 108.
141 Cfr. Rosario ROMEO, Breve storia della grande industria in Italia. 1861-1961, Il Saggiatore, Milano 1988, p.37. La crisi mondiale del 1873-96, la crisi agricola del 1880.
142 Cfr. G. PROCACCI, op. cit., p. 415 e ss.; cfr. Alfredo SENSALES, La ricezione della scuola storica tedesca e dei socialisti della cattedra nella prima serie padovana del giornale degli economisti (aprile 1875-ottobre/novembre 1877) in Cosimo PERROTTA (a cura di), La scienza è una curiosità. Scritti in onore di Umberto Cerroni, Manni, Lecce 2004. Fautori di questo indirizzo interventista sono alcuni economisti di scuola storicista – tra cui Luigi Luzzatti – riuniti nell’Associazione per il progresso degli studi economici (1875) e attorno al suo organo, il “Giornale degli Economisti”. Una tendenza assolutamente predominante anche nel mondo accademico, nella seconda metà dell’800.
143 F. BONELLI, op. cit., pp. 1204-1207.
144 Materie prime, semilavorati, beni strumentali, ecc.
145 Ivi, p. 1211: “Lo Stato fa da battistrada, creando le condizioni per l’afflusso del capitale estero […]”.
146 Cfr. G. PROCACCI, op. cit., p. 415 e ss.; cfr. John A. HOBSON, Imperialism: A Study, James Pott and Co., New York 1902.
147 Ivi, p. 420.
148 Franco BONELLI, op. cit. p. 1218.
149 Cfr. R. A. WEBSTER, op. cit., p 31.
150 Ivi, p. 46.
151 E. GENTILE, op. cit., p. 77.
152 R. A. WEBSTER, op. cit., p. 101 e ss.
153 Dominato da un’industria (pesante) abnorme rispetto all’esiguità del territorio, delle risorse e del mercato; sostenuto, con forti costi, dallo Stato e dai principali istituti bancari.
154 Esportazione di prodotti primari, rimesse degli emigrati, turismo di élite.
155 Cfr. Valerio CASTRONOVO, L’industria italiana dall’Ottocento a oggi, Mondatori, Milano 1980, p. 98 e ss.
156 R. A. WEBSTER, op. cit., p. 107: “Gran parte della penisola aveva finito per assumere l’aspetto di una colonia agricola di sfruttamento, impoverita e saccheggiata da un settore industriale che restituiva alla prima assai meno di quanto ne traesse. La crisi del 1914 mise crudamente in luce tutte le conseguenze negative di una industrializzazione non pianificata, motivata unicamente da necessità militari e politiche, onde vennero al pettine allora gli errori socio-economici di due intere generazioni”.
157 Germania, Francia, Inghilterra.
158 R. A. WEBSTER, op. cit., p. 114.
159 Ivi, pp. 86-87.
160 Ivi, p. 80; Giorgio ROVERATO, Alle orini del modello veneto: Un documento di Gavino Sabadin (1955) in Studi di Storia economica sul Veneto, La Modernissima, Padova 1995; Giovanni Luigi FONTANA-Giorgio ROVERATO, Processi di settorializzazione e di distrettualizzazione nei sistemi economici locali. Il caso veneto in Franco AMATORI-Andrea COLLI (a cura di), Comunità di imprese. Sistemi locali in Italia tra Ottocento e Novecento, Il Mulino, Bologna 2001, p. 532; Marzia BAÙ-Lorenzo DE BORTOLI, “Alessandro Rossi 1848-1898: Un industriale tra paternalismo e protezionismo”, 1/04/06, http://www.dse.unive.it/storia/sem10.htm.
161 Attraverso l’intercettazione e il controllo del voto (cattolico) delle campagne, grazie al suffragio universale.
162 Cfr. Silvio LANARO (a cura di), Il Veneto. Storia d’Italia. Le regioni dall’unità ad oggi, Einaudi, Torino 1984.
163 Cfr. Lucio AVAGLIANO, Alessandro Rossi e le origini dell’Italia industriale, Libreria scientifica ed., Napoli 1970.
164 Cfr. Nadia FIORINO, “Gruppi di interesse e nascita dell’Italia industriale (1876-1914). Una lezione dal passato”, XI Conferenza Siep (Pavia, 8-9 ottobre 1999).
165 Cfr. Sergio ROMANO, Giuseppe Volpi. Industria e finanza tra Giolitti e Mussolini, Bompiani, Milano 1979. Fondatore e AD di numerose società: Sindacato italo-montenegrino (1903), Società Commerciale d’Oriente (1907), SADE (1905), Compagnia di Antivari (1905), Società Porto Industriale di Venezia (1917). Promotore (1910) e Presidente dell’Associazione tra le Società Italiane per Azioni (1912). Consigliere di amministrazione della Commerciale (1917). Presidente dell’Istituto di Studi Adriatici (1937). Delegato alle Conferenze di Ouchy (negoziati di pace italo-turchi, 18 ottobre 1912), di Parigi e di Rapallo. Senatore del Regno (1922), Governatore della Tripolitania (1921-1925), Ministro delle Finanze (1925-1928) e Membro del Gran Consiglio del Fascismo. Presidente di Confindustria (1934-1943) e delle Generali (1938-1943).
166 Cfr. Douglas J. FORSYTH in Sergio LUZZATTO-Victoria de GRAZIA (a cura di), Dizionario del fascismo, Einaudi, Torino 2003, Vol. II, p. 800 e ss. Come imprenditore tende ad agire da monopolista; che sia nel settore dell’elettricità o del commercio del tabacco. Grazie alle sue attività estere crea fin dalle origini solidi legami con ambienti ministeriali. Stabilisce un lungo sodalizio con Toeplitz (AD della Commerciale dal 1917 al 1933) che gli permette di accedere a finanziamenti per la SADE e per le sue attività nei Balcani. Utilizza il suo ruolo di presidente del Comitato per la mobilitazione industriale, durante la prima guerra mondiale, per promuovere la costruzione di Marghera e il rinnovamento del porto di Venezia. Come ministro delle Finanze (1925-28) ottiene per le aziende italiane una serie di prestiti privati americani, prestiti di cui la SADE stessa beneficia.
167 Assorbire l’emigrazione; fornire prodotti alimentari, manodopera a basso costo e un mercato protetto per i beni della madrepatria.
168 Cfr. R. A. WEBSTER, op. cit., pp. 358-359.
169 Colonialismo di piantagione; delle materie prime (imperialismo); <----> delle infrastrutture.
170 Secondo un tracciato non troppo dissimile da quello dei Corridoi Paneuropei IV e X.
171 Attorno a due connessioni: Dalla costa bulgara del Mar Nero, attraverso Monastir e Berat, a Durazzo o Valona (--> Corridoio VIII); Dalla Russia meridionale a Scutari, via Romania e Serbia (--> Corridoi IX, IV, X). Cfr. Alberto NEGRI, La vera posta in gioco è il controllo dei Corridoi di comunicazione, “Il Sole-24 Ore”, 30 luglio 1999; Michel CHOSSUDOVSKY, Macedonia, l’oleodotto va alla guerra, I , “Il Manifesto”, 22 agosto 2001; Alessandro PINELLI, Perché nei Balcani? Il significato strategico dell’ Europa Sud-Orientale, “Informazioni della difesa”, 2003, 1, 1/4/06, http://www.difesa.it/backoffice/upload/allegati/2004/%7B64C50306-6BA8-4E30-A6D2-83D6F8641097%7D.pdf.
172 Cfr. R. A. WEBSTER, op. cit., p. 469: “Quella di Baghdad era infatti assai più di una semplice linea ferroviaria. Era la spina dorsale di un sistema che avrebbe collegato le ricchezze minerarie dell’Oriente alle industrie tedesche. Grazie a questa ferrovia, alle linee austriache nei Balcani e a quelle di navigazione austriache con base a Trieste, Germania e Austria sarebbero venute a godere praticamente di un monopolio dei trasporti fra l’Europa centrale e l’entroterra della Turchia e della penisola balcanica. Il petrolio della Mesopotamia e le miniere dell’Anatolia non erano comunque le sole risorse che gli Imperi Centrali avrebbero tentato di mettere a frutto; i tedeschi progettavano infatti anche una bonifica su larga scala dei territori situati lungo il percorso della ferrovia e nelle regioni che essa avrebbe servito. La Turchia sarebbe divenuta, in tal modo, una grossa riserva di prodotti agricoli per il mondo austro-tedesco”.
173 Cfr. Nicola Maria TORALDO-SERRA, Diplomazia dell’imperialismo e questione orientale, vol. I, Bulzoni, Roma 1988, p. 34 (n): “La famosa Bagdadbahn […] tra Haidar Pasha (già Scutari d’Asia, sobborgo di Costantinopoli, oggi Uskudar), sul Bosforo, e la capitale mesopotamica, fino a Bassora, passando per l’Anatolia centro-meridionale (linea del Taurus Express) e toccando Konya (o Angora-Ankara), Adana, Nusaybin, Mosul e Samarra. Secondo l’ultima progettazione tedesca, concordata con il governo ottomano durante la visita di Guglielmo II a Costantinopoli nel 1899, avrebbe dovuto raggiungere dopo circa 3700 Km, Al-Kuwait, nell’omonimo sceiccato. L’idea era nata nel 1888, al compimento della ferrovia che attraverso Balcani (la Vienna-Istanbul) […] aveva collegato l’Europa occidentale e settentrionale con l’Oriente, rappresentato dall’antica capitale bizantina. La concessione era stata data dal governo ottomano alla Ottoman Anatolian Railroad Company, dominata dalla Deutsche Bank e da capitali francesi, ed aveva comportato lunghe trattative e diversi accordi (5 marzo 1903, 15 febbraio 1914, 6-19 agosto 1911 tra Germania e Russia e 15 giugno 1914 tra Germania e Gran Bretagna)”.
174 Ivi, p. 40 e ss. Dietro l’Accordo Anglo-Tedesco del 19 marzo 1914 “che avrebbe dovuto regolare le controversie di carattere economico tra i due paesi nell’Impero Ottomano, […] c’erano gli appetiti concreti di tre colossi finanziari in lotta, nel 1913, per la concessione di ricerche petrolifere in Mesopotamia, e cioè: la Deutsche Bank, l’Anglo-Persian Oil Company […] e l’Anglo-Saxon Oil Company, una sussidiaria della Royal-Dutch Shell ”; a loro volta in competizione con l’agguerrita Standard Oil Company.
175 Ivi, p. 35 (n).: “La ferrovia una delle cause non remote della prima guerra mondiale, in quanto se compiuta, avrebbe tagliato alla Gran Bretagna la strada verso il suo impero indiano. […] Il rafforzamento che sarebbe derivato all’Impero Ottomano dalla progettata ferrovia, finiva per contrastare seriamente le mire di Londra a sud dell’Eufrate e nella penisola arabica, nonché costituire un pungolo tremendo (questo è molto importante) per i suoi irrequieti sudditi mussulmani dell’India”.
176 Com’è noto, con l’uscita di scena di Bismarck (1890) e la nuova weltpolitik del Kaiser Guglielmo, la Germania guarda ormai ben al di là della vecchia politica continentale.
177 R. A. WEBSTER, op. cit., p. 186 e ss.
178 Cfr. Federico CHABOD, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896 (1950), Laterza, Roma 1976, p. 507.
179 Cfr. Alfredo CAPONE, Brin Benedetto in Dizionario Biografico degli Italiani (DBI), vol. XIV, Treccani, Roma 1972, pp. 311-317. L’Ing. Brin, già responsabile del programma di rinnovamento della Marina, è Ministro tra 1876 e il 1878 (Depretis I e II; Cairoli I), tra 1884 e il 1891 (Depretis V, VI, VII; Crispi I e II); di nuovo tra il ’92 e il ’93 Ministro degli Esteri e della Marina nel primo Governo Giolitti e infine tra il ’96 e il ’98 nei Governi Di Rudinì.
180 Cfr. Franco BONELLI-Piero CRAVERI, Breda Vincenzo Stefano in DBI, Treccani, Roma 1969, vol. XI, pp. 100-106; cfr. Marco DORIA, L’imprenditoria industriale in Italia dall’Unità al miracolo economico. Capitani d’industria, padroni, innovatori, Giappichelli, Torino 1998, p. 83 : “Breda, da sempre attento alle possibilità di sviluppo dell’industria degli armamenti in Italia, è l’interlocutore del ministro della marina Benedetto Brin per la creazione, nel 1884, della Società degli altiforni, fonderie ed acciaierie di Terni, che dovrebbe fornire le corazze d’acciaio per le grandi navi da guerra della flotta nazionale. […] Un rapporto di contiguità con il mondo della politica è naturale per uomini che basano le loro scelte imprenditoriali sugli indirizzi dell’azione di governo; […] Breda è in dimestichezza con esponenti di primissimo piano della classe dirigente depretisiana, con lo stesso Depretis, con Zanardelli e naturalmente Brin”.
181 R. A. WEBSTER, op. cit., p. 129.
182 Il progetto di legge Brin-Depretis del 1877 prevede uno stanziamento decennale di 146 mln di lire per la costruzione di 77 navi. Un rinnovamento organico della Marina che avrebbe dovuto assicurare la supremazia italiana nel Mediterraneo.
183 R. A. WEBSTER, op. cit., pp. 132-133.
184 M. DORIA, op. cit., p. 100.
185 Ivi, p. 54, 99-104. Piccolo imprenditore siderurgico (Ferriere di Terni, Materiali Decauville, Ferrotaie di Vado Ligure), durante la guerra partecipa all’attività dei Comitati per la mobilitazione industriale. Nel 1923 presiede la Società finanziaria per l’industria ed il commercio (Banco di Roma), successivamente è consulente della Sofindit (Commerciale); tra il ’32 e il ’35 è Presidente dell’Ilva, infine dal ’45 della Finsider.
186 Cfr. Ruggero RANIERI, Il Piano Sinigaglia e la ristrutturazione della siderurgia italiana (1945-1958), “Annali di storia dell’impresa”, 15-16, 2004-2005, pp.17-48. Rielaborato nel 1933, trova applicazione solo nel secondo dopoguerra (1945-58) ed è tra i fattori di innesco del boom economico.
187 Cfr. R. A. WEBSTER, p. 139 e ss.; cfr. R. ROMEO, op. cit., pp. 64-65. Il salvataggio giolittiano, pilotato dalla Banca d’Italia, prevedibilmente avviene a danno delle finanze pubbliche e dei piccoli azionisti; mentre i grandi istituti di credito ottengono il controllo totale della siderurgia. Viene creato un Consorzio di produttori intorno all’Ilva – che avrebbe gestito gli impianti e che impedirà la razionalizzazione-concentrazione della produzione – e un Consorzio di sovventori (Banca d’Italia, Commerciale, Credito Italiano, Società Bancaria e Banco di Roma) che concede crediti per 69 mln (“sotto forma soprattutto di dilazione, di consolidamento e riduzione di interessi di debiti”, spesso contratti con i medesimi istituti) al nuovo gruppo Ilva.
188 Ibid. Ilva, Elba, Piombino, Savona, Ferriere Italiane.
189 Cfr. Alessandra STADERINI, Rivendicazioni territoriali e mobilitazione nazionale nei documenti del 1919 di Giovanni Giurati e Oscar Sinigaglia, “Storia Contemporanea”, XIV, 1983, 1, pp. 89-140.
190 Ivi, p. 94. Il riferimento è all’esperimento della Lega per la tutela degli interessi nazionali; nata nel ’19 dalla Trento e Trieste e nel ’23 inglobata nei Fasci italiani all’estero.
191 Ivi, p. 92.
192 Riunisce sotto la presidenza di Giurati gruppi di diverso orientamento irredentista (irredentisti, nazionalisti, fascisti, frange liberali, repubblicane e radicali), con lo scopo di sostenere le rivendicazioni italiane durante la Conferenza di Parigi.
193 Ivi, p. 90. Cfr. Richard A. WEBSTER, Una speranza rinviata. L’espansione industriale italiana e il problema del petrolio dopo la prima guerra mondiale in “Storia Contemporanea”, XI, 2, 1980, pp. 219-281.
194 Oscar SINIGAGLIA, Lettera a Giovanni Giurati (Roma, 27 novembre 1933) in Ivi, p.123.
195 Cfr. Franco BONELLI, Bianchi Riccardo in DBI, vol. X, 1969, pp. 169-172. Inventore del rivoluzionario sistema di manovra (Bianchi-Saverttaz), dal 1902 è prima funzionario della Rete Mediterranea, poi a capo della Sicula. Tra il 1905 e il 1915 è Direttore Generale delle Ferrovie dello Stato; nel ’17, Commissario generale per i carboni esteri e poi, brevemente, Ministro dei trasporti. Entrato in contrasto con Nitti – Ministro del Tesoro nel Governo Orlando, che sostiene un rapporto preferenziale con l’industria nazionale (e una grossa commessa in favore del gruppo Perrone-Ansaldo) – è costretto a dimettersi.
196 Un nuovo modello di direzione che in qualche modo anticipa la gestione di alcuni grand commis, nella lunga stagione dell’economia statizzata. Indipendenza de facto – per cui l’azienda pubblica diviene assimilabile ad un’azienda privata – a cui seguirà l’attribuzione di uno status giuridico autonomo (legge organica del 1907) all’ente e al Direttore Generale; status che avrebbe dovuto impedire interferenze politico-clientelari e garantire l’imprenditorialità dell’esercizio.
197 Cfr. R. A. WEBSTER, L’imperialismo…, p. 455 e 460; cfr. N. M. TORALDO-SERRA, op. cit., capp. 2.5 e 3. Il Ministro degli Esteri Di San Giuliano delinea nel noto Memorandum (22 gennaio 1913) quelle che dovranno essere le linee d’azione in Asia Minore. A suo parere l’Impero Ottomano, persi i territori europei, è in una crisi irreversibile ed è destinato a disgregarsi rapidamente anche nella sua parte asiatica. Di conseguenza l’equilibrio delle forze (controllo) nel Mediterraneo orientale non può prescindere da una presenza territoriale italiana. Non essendo possibile un intervento in forma coloniale diretta, si sarebbe dovuto procedere creando una rete di interessi economici e posizioni privilegiate (prestiti, concessioni, ecc.) onde poi avanzare rivendicazioni territoriali. Cadute le ipotesi di Adana e Alessandretta, per opposizione delle altre potenze, l’Italia ripiegherà su un’area residuale intorno ad Adalia; nei fatti la flotta italiana di stanza nella vicina base di Rodi, al comando del Duca degli Abruzzi, sta diventando una presenza significativa nel Mediterraneo orientale. Con gli Accordi di Kiel (giugno 1913) verranno stabilite una “zona di lavoro” tedesca (comprendente la costa meridionale della Turchia fino ad Alaja) e una italiana (fino al Golfo di Cos). “Il suo obiettivo era di servirsi sia dell’alleanza con le Potenze Centrali, sia dei buoni rapporti con la Russia e gli alleati dell’Intesa per raggiungere nell’area di influenza del Mediterraneo un equilibrio di potere di cui l’Italia divenisse il fulcro. […] Nella sua visione della politica estera dell’Italia venivano quindi a coincidere perfettamente espansionismo ed equilibrio internazionale di potere”. Successivamente, il Patto di Londra (26 aprile 1915) conterrà un riferimento generico ad “una regione adiacente la provincia di Adalia”; mentre l’Accordo di San Giovanni di Moriana (19-20 aprile 1917) – reclamato come revisione del Sykes-Picot (maggio 1916), con cui Gran Bretagna, Francia e Russia si sono divisi ciò che rimane dell’Impero Ottomano – assegnerà all’Italia Mersina, Adana, Smirne e una vasta zona di amministrazione-influenza comprendente l’Anatolia sud-occidentale. Concessioni stralciate anche sul piano formale con la Rivoluzione Russa.
198 Ivi, capp. 3 e 4; p. 441: “Le possibilità d’esportazione dell’industria pesante dipendevano, soprattutto, dallo status di grande potenza dell’Italia, dalla sua influenza in campo internazionale e dalla sua forza militare. […] Il governo di Sofia, che stava procedendo alla costruzione della ferrovia, aveva indetto un concorso internazionale tra i fabbricanti di locomotive. Le offerte di Ernesto Breda, il principale produttore italiano in questo campo, furono giudicate molto vantaggiose e gli venne quindi concesso l’appalto. Ma pochi giorni dopo una società tedesca presentò condizioni molto più interessanti e gli italiani si videro soppiantati proprio in vista del traguardo. […] È indubbio che in tale circostanza la potenza politica della Germania ebbe un’influenza risolutiva sulla decisione della Bulgaria di passare ad un’altra fabbrica il contratto definitivo”.
199 Ivi, p. 257.
200 Ettore CONTI, Dal taccuino di un borghese (1946), Il Mulino, Bologna 1986, p.22; cfr. V. CASTRONOVO, op. cit., p. 132; cfr. M. DORIA, op. cit., p. 94.
201 L’ “Associazione fra le Società Italiane per Azioni” (collaterale alla pure neo-nata Confindustria, 1910) e la sua “Rivista delle Società Commerciali” (1911), ma soprattutto il suo organo (di lobbying) protezionista romano il “Comitato nazionale per le tariffe doganali e per i trattati di commercio”.
202 Cfr. V. CASTRONOVO, op. cit., p. 128 e ss.
203 “Rivista delle Società Commerciali”, I, 1, 1911.
204 Con toni (deliranti) vagamente antisemiti e proto-antidemoplutocratici.
205 Cfr. Friedrich LIST, The national system of political economy (1841), Longmans, London 1909.
206 Alfredo ROCCO, Scritti e discorsi politici, Giuffrè, Milano 1938, vol. I, p. 51.
207 E. GENTILE, op. cit., p. 112
208 Cfr. Luca MICHELINI, Innovazione e sistemi economici comparati: il contributo di Enrico Barone e il pensiero economico italiano (1894-1924), AISPE - VIII Conference, “Economics and istitutions. Contributions from the history of economics” (Palermo, 30 settembre - 2 ottobre 2004), p. 25, 1/4/06, www.unipa.it/aispe/papers/Michelini.doc.
209 Cfr. Duccio CAVALIERI, Il corporativismo nella storia del pensiero economico italiano: una rilettura critica, “Il pensiero economico italiano”, 1994, 2, vol. II, pp. 7-49, 1/4/06, www.dse.unifi.it/cavalieri/Articles/CORP.pdf; cfr. Gian Guido BALANDI-Andrea MAGGI, L’Università di Ferrara nel secondo Convegno di studi sindacali e corporativi di Ferrara del 1932, “Annali di Storia delle Università italiane”, 8, 2004, pp. 239-266, 1/4/06, http://www.cisui.unibo.it/annali/08/testi/13Balandi-Maggi_frameset.htm.
210 Il “Principe degli economisti italiani” (Sraffa) Maffeo Pantaleoni (1857-1924) è il capofila del gruppo anticorporativo, riunito attorno alla rivista “La vita italiana” (fondata nel 1913 assieme a Giovanni Preziosi e quindi protagonista nel dopoguerra di accese campagne antisemite!) e sarà l’eminenza grigia della prima fase (destefaniana-liberista) della politica economica fascista.
211 Cfr. Stuart J. WOOLF, Did a fascist economic system exist ? in The Nature of Fascism, Weidenfeld & Nicolson, London 1968, p. 51-119; cfr. L. MICHELINI, op. cit., p.17; cfr. Marco TARCHI, Il fascismo all’alba del terzo millennio: fra teorie, interpretazioni e modelli, “Trasgressioni”, XVI, 2001, 33, 2, 1/4/06, http://www.diorama.it/t33-nuovit.pdf; ibid., Fascismo. Teorie, interpretazioni e modelli, Laterza, Roma-Bari 2003. Individuato da alcuni come sistema economico.
212 Cfr. Luigi CAVALLARO, Economisti a scuola di politica, “Il Manifesto”, 11 gennaio 2002; cfr. Marco GUIDI-Luca MICHELINI (a cura di), Marginalismo e socialismo nell’Italia liberale, “Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli” (1999), Feltrinelli, Milano 2001. Marginalisti e socialisti, in realtà, negli anni ’90 saranno alleati in funzione antistatalista e contro la repressione illiberale governativa; non a caso la collaborazione s’interromperà con l’inizio della fase riformista turatiana.
213 Cfr. L. MICHELINI, op. cit., pp. 25-31. Il clima di tensioni sociali e di riformismi del primo dopoguerra, produce un avvicinamento teorico – in cui prevale la corrente marginalista (Pantaleoni) – che definisce la piattaforma economico-sociale del nazionalismo di governo. Nella critica alla nuova élite di potere socialista e sindacalista, al socialismo di Stato – in cui i paretiani vedono una continuità culturale antiliberale e statalista, tra radical-socialisti e conservatori-socialisti della cattedra – socialismo e democrazia sono legati dall’immagine di una borghesia in decadenza che preparerebbe istituzionalmente l’avvento rivoluzionario.
214 Cfr. Oscar NUCCIO, Enrico Barone in DBI, vol. VI, 1964, pp. 449-451.
215 Cfr. Enrico BARONE, Introduzione all’economia coloniale (1912) in Le opere economiche, vol. I, Zanichelli, Bologna 1936, pp. 340-341, 365; cfr. L. MICHELINI, op. cit., p. 22: “Il libero scambio è regime adatto agli organismi economici che sono agli estremi della gerarchia: quelli eminentemente industriali e quelli eminentemente agricoli. […] Non così i paesi industriali dotati di un mite divario nei costi comparati; essi possono avere bisogno di dazi protettori industriali per difendere il loro mercato nazionale dalla concorrenza straniera, e di dazi protettori agricoli perché devo premunirsi per loro vettovagliamento. […] Il libero scambio universale e permanente presuppone ed esige […] uno stato economico di quiete, in cui la superiorità economica comparativa dei vari paesi tra le varie produzioni sia irrevocabile e si possa quindi porre in atto nella produzione mondiale una distribuzione geografica statica e permanente. Ma la realtà è ben diversa: il mondo economico si trova in uno stato di perenne trasformazione”.
216 Prefigurando, secondo Michelini, la paretiana nuova economia del benessere.
217 Cfr. R. A. WEBSTER, op. cit., p. 539.
218 E. BARONE, La Rinascenza, “La Preparazione”, 29-30 dicembre 1910, pp. 1-2. Cfr. L. MICHELINI, op. cit., p. 22.
219 E. BARONE, La Rivoluzione francese, “La Preparazione”, 29-30 agosto 1914, p. 2; 17-18 settembre 1914, p. 3; 2-3 novembre 1914, pp. 2-3; 23-24 febbraio 1915, p.3; cfr. L. MICHELINI, op. cit., p. 23.
220 Cfr. E. BARONE, Les Syndicats (cartels et trust) (1921) poi in Principi di economia politica in Le opere economiche, op. cit., vol. II, p. 340; cfr. L. MICHELINI, op. cit., p. 3, 11, 21, 27. I trust sono “imprese a minimo costo” e, quindi, non distruggono ricchezza ma la mantengono all’interno del “gruppo sociale”.
221 Cfr. E. BARONE, Introduzione…, op. cit., p. 365. Barone vede nel colonialismo – oltre che l’effetto della crescita del risparmio – un importante fattore di sviluppo, grazie al mantenimento (artificiale) della “divisione territoriale del lavoro tra colonia e metropoli”.
222 E. BARONE, “La Preparazione”, 21 dicembre 1911; cfr. R. A. WEBSTER, op. cit., p. 439.
223 Cfr. Stefano INDRIO, Alberto Caroncini in DBI, vol. XX, 1977, pp. 523-525.
224 Cfr. Alceo RIOSA, Giovanni Borelli in DBI , vol. XXII, 1970, pp. 543-545; cfr. Rocco D’ALFONSO, Giovanni Borelli tra liberalismo e nazionalismo in Giovanna ANGELINI-Arturo COLOMBO (a cura di), Eretici e dissidenti. Protagonisti del XIX e XX secolo fra politica e cultura, Franco Angeli, Milano 2006; cfr. A. VIVIANI, op. cit., pp. 133-155. L’avvocato marchigiano dirigerà “Il Regno” nella sua ultima fase (1905-1906), dopo l’uscita di Corradini.
225 Come indicherebbe un’ipotetica mappa dei principali organi locali del movimento: “Critica e Azione” di Milano, “Il Rinnovamento” di Firenze, “Risveglio liberale” di Mantova, “Avanti Savoia” di Bologna.
226 Cfr. Luigi EMERY, Il congresso del Partito liberale, “La Rivoluzione Liberale”, I, 19 ottobre 1922, 30, p. 114; Piero GOBETTI, La nostra cultura politica. 1 e 2, ibid., II, 8 e 15 marzo 1923, 5-6, pp. 25-26; Il liberalismo in Italia, ibid., II, 14, 15 maggio 1923, pp. 57-58.
227 Ciò che li avvicina alla minoranza nazional-liberale del padre della psychologie des foules, Scipio Sighele.
228 Maurizio SCAGLIONE, Riflessioni sul percorso culturale e politico del nazionalismo italiano e sui rapporti fra ANI e fascismo, “Rassegna Siciliana di Storia e Cultura”, 2001, 13, 1/4/06, http://www.isspe.it/Ago2001/scaglione.htm. Similmente alla ben più essenziale frattura tra nazionalisti e fascisti, che – con presupposti ideologici opposti ai nazional-liberali – non aspirano alla semplice costituzione di un blocco conservatore quanto a una rivoluzione nazionale interclassista.
229 P. GOBETTI, La nostra cultura politica 2, op. cit., p. 26: “che giustificò la guerra europea proponendola come necessità di cimenti estremi e di sacrificio eroico. Ma per la borghesia italiana queste nobili ideologie si rivelavano anacronistiche”.
230 S. INDRIO, op. cit., p. 534.
231 Alberto Caroncini, Indirizzo generale del Partito Giovanile Corservatore-Liberale Italiano (PGLI), “La Vedetta”, 30 luglio 1904, 29.
232 Cfr. R. A. WEBSTER, op. cit., pp. 543-544.
233 Ivi, p. 605. Con un scivolamento, pare, nel moralismo antimperialista americano.
234 Cfr. Rudolf HILFERDING, Il capitale finanziario (1910), Feltrinelli, Milano 1976.
235 Con un giudizio opposto ma con categorie simili a Barone; li avvicina un comune approccio elitista, probabilmente, così come l’attenzione all’interpretazione marxista.
236 Nel caso dell’Italia, il dumping tedesco ha piuttosto un effetto reattivo ed emulativo. Il modello tedesco, veicolato soprattutto dalla Commerciale, viene assimilato e usato anche contro i latori.
237 Cfr. R. A. WEBSTER, op. cit., p. 604.
238 Ibid.
239 Composto tra il 1936 e il 1940, tra Ponza e Ventotene, a scopo di pubblicazione interna di formazione per i gruppi di esiliati.
240 Pietro GRIFONE, Capitalismo di stato e imperialismo fascista (1936), La città del sole, Napoli 2002, p. 3: “La guerra ha portato a termine quel processo di compenetrazione del capitale finanziario con lo stato che aveva avuto inizio con l’intervento al potere del fascismo, anzi si può dire che essa rappresenta come il suggello finale dell’avvenuto processo di fusione in quanto mai come durante questo periodo fu più palese non solo agli occhi delle masse operaie e contadine ma anche a gran parte della piccola borghesia e a notevoli strati della stessa borghesia capitalistica che la politica del fascismo è la politica conseguente del capitale finanziario, cioè dei grandi trust dell’industria pesante, elettrica e chimico mineraria strettamente legati all’alta finanza, politica disposta infatti ad affrontare qualsiasi alea, anche quella di una guerra mondiale, pur di fare gli interessi del grande capitale”.
241 P. GRIFONE, La natura di classe del fascismo, “Politica ed economia”, 1972, 4, p. 150 e ss.: “Tra lo stato e il grande capitalismo monopolistico si andarono via via stabilendo rapporti sempre più stretti di reciproca interdipendenza e integrazione, nei quali divenne, col tempo, sempre più difficile stabilire in che misura l’uno dei termini del processo di interpenetrazione si sovrapponesse o si differenziasse dall’altro, tanto intima andò diventando col tempo la fruttuosa simbiosi, stabilitasi sin dall’inizio, fra capitalismo e fascismo. Era naturale che, nel processo reale, di progressiva compenetrazione, dal quale, specie nel periodo successivo alla grande crisi, nacque e si perfezionò quel sistema del capitalismo monopolistico di stato (sopravvissuto poi, in mutate forme – sottolinea Grifone – allo stesso fascismo), accadesse che, di volta in volta, alcuni gruppi prevalessero su altri. Ma quel che è certo è che, sempre e in ogni caso, pur nella competizione tra i grandi complessi, [...] il regime fascista, lo stato fascista, in tutte le sue componenti, funzionò sempre come mediatore politico degli interessi di classe del grande capitale monopolistico, il quale, proprio per questa sua crescente compenetrazione con gli organismi di regime (corporazioni, settore pubblico dell’economia, ecc.), si andò configurando come capitalismo monopolistico di stato. Che non si trattasse di un blocco monolitico, ma che all’interno di esso si agitassero contraddizioni e contrasti fu da noi sempre avvertito e sottolineato. Ciò non toglie che, nel suo complesso, malgrado le crepe e i dissensi interni sempre più avvertibili a misura che si andava verso la catastrofe, il fascismo fino alla fine restò la più diretta e conseguente espressione del grande capitalismo”.
242 Cfr. C. M. SANTORO, op. cit., p. 101, 157 e ss.; Giampiero CAROCCI, Storia del fascismo, Garzanti, Milano 1959, p. 66 e ss. I cui antefatti principali sono nel fallimento del progetto politico mussoliniano del Patto a Quattro (’33) – nel segno di un “moderato revisionismo” – di divisione dell’Europa in sfere d’influenza e nella fine della politica deflazionistica (’34).
243 P. GRIFONE, La natura…
244 Cfr. R. A. WEBSTER, op. cit., p. 602. Webster si riferisce in particolare alla Germania.
245 Cfr. M. TARCHI, op. cit., p. 9 e 10; Renzo DE FELICE, Le interpretazioni del fascismo, Laterza, Bari 1969.
246 Cfr. Gino GERMANI, La integración politica de las masas y el totalitarismo, Ediciones del Colegio Libre de Estudios Superiores, Buenos Aires 1956.
247 Cfr. Karl MANNHEIM, Ideologia e utopia (1929), Il Mulino, Bologna 1999.
248 Cfr. Barrington MOORE Jr., Le origini sociali della dittatura e della democrazia (1966), Einaudi, Torino, 1969, pp. 487-509 (“La rivoluzione dall’alto e il fascismo”).
249 Cfr. Ludovico GARRUCCIO (Ludovico Incisa di Camerana), L’industrializzazione tra nazionalismo e rivoluzione, Il Mulino, Bologna 1969.
250 Cfr. Georges GURVITCH, Le cadres sociaux de la connaissance, PUF, Paris 1966.
251 Cfr. A. F. Kenneth ORGANSKI, Le forme dello sviluppo politico (1965), Laterza, Bari 1970, pp. 129-159 (“Regimi sincratici”).
252 Cfr. G. CAROCCI, op. cit., p. 25. Giampiero Carocci ha definito quello mussoliniano come “un regime autoritario trasformistico-personale”.